INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Umbria
Provincia: Perugia (PG)
Comune: Deruta
Localita' o frazione: Casilina
Nome bene: Madonna del Bagno

Cenni storici

Madonna del Bagno - Deruta (PG)

Origine e affermazione del culto
Un episodio quasi banale è all’origine di questa devozione alla piccola Madonna del Bagno. Siamo intorno alla metà del sec. XVII. Un frate zoccolante cappuccino va per un sentiero battuto dagli zoccoli degli animali, a metà costa tra la collina e il Fiume, costeggiando la vecchia arteria romana che oggi ha ceduto il posto alla grande strada E 45 (già Tiberina). A un tratto scorge tra i sassi e l’erba uni resti d’una tazza da bevere, una piccola tazza dal fondo basso con una foglia per manico. Sul fondo interno della tazza una piccola immagine della Madonna col Bambino una immagine insolita, non convenzionale: il Bambino è in grembo alla Madre, non seduto ma quasi genuflesso sul ginocchio sinistro, in posizione scattante e quasi insofferente della positura (seduta) tenuta fin lì, come chi si appresta ad accorrere in aiuto di qualcuno che invoca soccorso da lui e di cui lui solo sembra udire la voce. La sua mano destra sostiene una sfera, il mondo, dove vivono gli uomini per i quali è venuto, i suoi fratelli che è venuto a salvare. Alla Madre, che sembra osservarlo stupita, Egli indica con la mano sinistra l’oggetto e la ragione della sua urgenza: il mondo che solo lui può salvare perché quel mondo è suo, perché Lui l’ha creato, perché Lui l’ha redento, perché solo da Lui può giungere ad esso il perdono. E con il perdono la speranza. Il devoto fraticello non vuole che la piccola tazza con la sacra immagine resti in terra, esposta al rischio d’essere calpestata e magari frantumata dagli zoccoli degli animali e magari dalle ruote dei carri. La depone delicatamente su una giovane querciola, una breve preghiera e via per la sua strada. Una sistemazione precaria che non può durare. Difatti la tazza cade ancora e forse anche più volte, finché un giorno un merciaro di Casalina, di nome Christofono, non la fissa solidamente alla quercia. Avvenne poi che nel marzo del 1657 la moglie di Christofono, si ammalò gravemente fino a ridursi in fin di vita. Il pover’uomo, giunto davanti alla quercia e all’immagine di Maria che lui stesso aveva fissato all’albero, levò alla Madre di Dio una preghiera per la guarigione della moglie. Alla sera, tornato a casa dalla fiera, la trovò perfettamente guarita e intenta ai lavori domestici ‘che scopava la casa’. La notizia del miracolo si diffuse in un baleno. Incominciò subito il pellegrinaggio alla Quercia del Bagno, e una piccolissima cappella fu costruita in pochissimo tempo a racchiudere la Quercia e l’Immagine, tanto che l’autorità ecclesiastica si trovò costretta a interdire l’accesso alla medesima. Contemporaneamente partì il processo che doveva stabilire se la nuova devozione poteva essere permessa o se si dovesse interdire il pellegrinaggio popolare. Un mese dopo il culto alla Madonna della quercia fu approvato, sotto il titolo di Madonna del Bagno. Il processo si esaurì in meno di un mese e il culto venne approvato. Subito riprese il pellegrinaggio alla quercia e il 28 ottobre dello stesso anno, a cappella non ancora terminata, una grande festa con la partecipazione di fedeli da tutta la valle antistante e oltre, segnò l’inizio ufficiale del culto. La cappellina si dimostrò subito insufficiente e nel 1687 era già nuova una chiesetta più grande, corrispondente, nella pianta, all’attuale.

Ex voto
Fin dall’inizio, la devozione alla Madonna della Quercia, o del Bagno, amò esprimersi nella forma d’arte più connaturale alla cultura del luogo: la ceramica. Ora il Santuario conserva, murato alle pareti, un patrimonio di circa 700 formelle votive, tutte in ceramica, che ricoprono un arco di tempo di 350 anni: un capitale iconografico di prim’ordine, dal punto di vista antropologico, per la ricostruzione dei tessuti sociali, culturali, ambientalistici e, sia pure in misura ridotta, anche linguistici di questa minuscola parte della media valle del Tevere. La tradizione del dono delle mattonelle rimase vivissima attraverso tutta la seconda metà del ‘600 e tutto il ‘700, per subire una strana eclissi lungo tutto il sec.XIX. La devozione ebbe però una vigorosa ripresa nel secolo appena trascorso, specialmente dopo il primo conflitto mondiale. Particolarmente ricca e interessante è stata la produzione dei nuovi esemplari dopo la riapertura del Santuario nel 1987, dopo la più lunga e triste settimana di anni, i sette anni di chiusura conseguente al rovinoso furto di ex voto, perpetrato nel settembre del 1980. foto che mostra le condizioni dell’interno della chiesa subito dopo il furto formella che rappresenta i lavori di restauro dopo il furto formella che rappresenta la cerimonia di riapertura del 1987. Delle tante mattonelle (così le chiama la popolazione del luogo) rubate o spezzate, quasi una metà sono state ritrovate, grazie all’impegno dei nuclei operativi delle diverse Forze dell’Ordine cui va tutta la nostra gratitudine. La bella e preziosa devozione dura tuttora. Il colpo d’occhio però, quando si entra, non ha perso nulla del suo fascino originale. Di tutte le formelle mancanti è stata fatta fedele copia (riconoscibile) cosicché il patrimonio iconografico e documentario nulla ha perso della sua ricchezza e del suo splendore. Ma la dura lezione subita, ha insegnato qualcosa. Oggi tutte le formale risultano inattaccabili. Forzarle significherebbe mandare la mattonella in frantumi. I ladri saranno così portati a desistere. E una copia si potremo sempre rifare. Grazie alla testimonianza degli ex voto (le sigle più ricorrenti: PGR -per grazia ricevuta- e VFGA -ho fatto il voto, ho ricevuto la grazia-) oggi possiamo farci un’idea della vita dei nostri predecessori: interni di abitazioni, foggie degli abiti, pericoli cui la stessa vita era esposta, minacce dalle forze della natura e della malavita: un suggestivo spaccato della vita nelle diverse epoche. Quasi tutte le mattonelle raccontano una storia, tramandano una memoria: l’incornata d’un toro, una caduta da cavallo, una piena del Tevere, una bomba che scoppia, un’ epidemia, una macchina che si rovescia, un auto che investe una bicicletta: tre secoli e mezzo di vita vissuta.

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