INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Umbria
Provincia: Perugia (PG)
Comune:  Spoleto
Localita' o frazione: Cimitero storico
Nome bene: Basilica di San Salvatore

Cenni storici

Basilica di San Salvatore - Spoleto (PG)

La Basilica di San Salvatore, secondo il grande storico spoletino Sordini, rappresenta il maggiore monumento spoletino dell’antichità. Di probabile origine funeraria, venne inizialmente dedicata ai martiri Concordio e Senzia, accomunati non solo perché sepolti in luoghi vicini, ma perché ad entrambi si attribuirono virtù taumaturgiche. Le guarigioni improvvise, che inizialmente gli spoletini riconoscevano a Senzia, più tardi vennero collegate all’acqua saluberrima che sgorgava abbondante dal Colle Ciciano. In un documento benedettino dell’815 la basilica risulta intitolata a San Salvatore, un cambiamento molto probabilmente da attribuire all’intervento dei duchi longobardi. Successivamente, viene citato come Monasterium Sancti Concordii. Nel Cinquecento sulle pareti interne dell’abside vennero realizzati alcuni affreschi che richiamavano il culto del Crocefisso, da cui derivò la nuova denominazione di Chiesa del Crocefisso. A partire dal Novecento, infine, dopo ingenti lavori di restauro, la basilica ha ripreso definitivamente l’attuale titolo di San Salvatore. L’edificio presenta un impianto a tre navate, con presbiterio tripartito che, nella zona centrale, è coperto da una struttura a volta su base ottagonale, modificata nella tipologia a lanternino in epoca post-rinascimentale. Ai lati dell’abside si trovano due ambulacri anch’essi absidati, in origine ambienti di servizio per le funzioni liturgiche, come da tradizione architettonica orientale-siriaca, e oggi vere e proprie cappelle aperte. I due ambulacri, poiché sopravanzano in lunghezza l’abside maggiore che esternamente è rettilinea, creano una struttura di raccordo ad arco che dà luogo, sul retro, ad un particolare effetto di facciata. Della decorazione interna non rimangono che stucchi in controfacciata ed alcuni elementi dell’apparato pittorico nell’abside. Qui, sul fondo della nicchia centrale, è dipinta una croce gemmata dalle cui braccia pendono delle catenelle con l’A e l’O, affiancata da finte riquadrature marmoree racchiudenti clipei, in tutto simile a quella raffigurata tra i due angeli nella cella del Tempietto sul Clitunno. Della ricchissima decorazione originaria della facciata, che risulta scandita da lesene e divisa in due ordini da una cornice, si conservano i portali e le tre finestre dell’ordine superiore. Queste ultime sono definite da pilastrini scanalati che terminano con capitelli a motivi fitomorfi. Le finestre laterali sono sormontate da frontoncini triangolari, quella centrale da un arco. I tre portali architravati sono definiti da cornici con motivi classici e sormontati da una trabeazione riccamente lavorata che termina con una cornice sporgente, sorretta da grandi volute. La chiesa presenta un consistente riutilizzo di spolia, ovvero materiale antico, di diversa provenienza, quali colonne, basi, capitelli, cornici; alcuni di questi vennero rilavorati, come i rilievi architettonici della facciata, la cornice nel presbiterio e i dadi all’imposta della cupola. Nel corso degli ultimi restauri effettuati alla fine del secolo scorso è emerso che molti degli elementi scolpiti sono stati lavorati su blocchi di età classica, come il davanzale della finestra sinistra (che presenta l’iscrizione “AVO MATRI”) e l’architrave del portale maggiore (parte di una cornice utilizzata una prima volta come soglia di un monumento sepolcrale romano del I secolo d.C. il cui calco è visibile presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto che ha finanziato i lavori). La chiesa dal 25 giugno 2011 fa parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO come parte del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)“. Il Sito comprende le più importanti testimonianze monumentali longobarde esistenti sul territorio italiano, che si situano dal nord al sud della penisola, laddove si estendevano i domini dei più importanti Ducati Longobardi che formarono quella che è stata definita la prima “nazione” italiana. In particolare, il Tempietto Longobardo a Cividale del Friuli (UD), il complesso monastico di San Salvatore - Santa Giulia, sede del Museo della città,  con l’area archeologica del Capitolium a Brescia, il castrum di Castelseprio-Torba con la chiesa di Santa Maria foris portas (VA), il Tempietto del Clitunno a Campello (PG), la Basilica di S. Salvatore a Spoleto (PG), la Chiesa di Santa Sofia a Benevento con il chiostro che ospita il Museo del Sannio e, infine, il Santuario garganico di San Michele a Monte Sant’Angelo (FG).

Usciti dalla Basilica può essere interessante scendere nel sottostante Cimitero civico, per una visita alla sua parte monumentale. Progettato nel 1836 dall’architetto Ireneo Aleandri (al quale a Spoleto si devono anche il Teatro Nuovo e la Strada nazionale corriera - Traversa interna), ha mantenuto intatto il gusto neoclassico proprio nella parte sottostante la Basilica, in cui lo scalone, pensato in modo teatrale, svolge la funzione di raccordo altimetrico tra i diversi livelli. Per chi arriva dal cimitero attraverso il viale principale si amplia l’effetto scenografico di scoperta della Basilica. Ai lati dello scalone si dispongono simmetricamente, con funzione di quinte sceniche, le due ali del loggiato destinato alla sepoltura degli uomini illustri, nella posizione di maggior rilievo del luogo. Pur non essendo presente nel primo progetto aleandrino, esso si accorda allo stile purista neoclassico dell’intera composizione. Inquadrate da paraste, le tombe si dispongono affiancate mostrando, pur nella singolarità e peculiarità di ciascuna, l’adesione ad uno stile omologo in cui spiccano i simboli della tradizione cristiana: l’albero della vita, il monogramma di Cristo, la rosa, la palma, oltre ad alcuni stemmi delle famiglie Zacchei Travaglini, Angelini Rota, Fratellini. Spiccano la tomba Antonelli, ornata da una ricca mostra d’altare cinquecentesca completamente scolpita; quella Bachilli per il dipinto con Madonna e Santi del Calvi, cui si devono altre importanti opere in città; quelle Sansi, Campello e Pucci della Genga, in cui il rango delle famiglie si manifesta nella monumentalità delle soluzioni decorative.

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