INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Umbria
Provincia: Perugia (PG)
Comune: Gualdo Tadino
Localita' o frazione: Cappuccini
Nome bene: Eremo Ss. Gervasio e Protasio

Cenni storici

Eremo Ss. Gervasio e Protasio - Gualdo Tadino (PG)

Detto anche del Beato Angelo, nell'eremo dei Santi Gervasio e Protasio a Capodacqua. L'ascesi benedettina contempla il passaggio del monaco a vita eremitica. Gli stessi patriarchi del monachesimo occidentale, San Benedetto, San Romualdo, fondatore dei camaldolesi, iniziarono la vita religiosa nascondendosi nel sacro speco di Subiaco, e in un'isola della laguna veneta. L'abbazia di San Benedetto possedeva, a Capodacqua, un eremo dove si rifugiavano, con l'autorizzazione dell' Abate, i monaci chiamati da Dio alla vita di pura contemplazione. L'eremo formato da diverse celle distanti qualche decina di metri l'una dall'altra, aveva la sua chiesa dedicata ai Santi Gervasio e Protasio, dove gli eremiti si riunivano, tutti i giorni, per recitare le preghiere in comune, per ascoltare la S. Messa e per tutte le altre pratiche di pietà prescritte dalla regola lungo il corso dell'anno. La chiesa dei Santi Gervasio e Protasio sorgeva in un declivio silvestre e solitario dell' Appennino gualdese, tra monte Maggio e monte Serrasanta, quasi a due chilometri di distanza e un poco più in alto dell'attuale convento dei PP. Cappuccini, in una località denominata Capodacqua, forse perché ivi ha la sua sorgente il ruscello Romore. Mons. Casimiri opinava che essa dovesse sorgere nei pressi dell'attuale casa colonica ora appartenente all' Amministrazione Mavarelli. L'abbate di San Benedetto, ogni mese, - anche più frequentemente se la necessità lo richiedeva - raggiungeva l'eremo e ivi trascorreva qualche giorno con gli eremiti bisognosi di direzione spirituale e d'incoraggiamento. Nella vita eremitica, il monaco deve sostenersi con una intensa vita interiore e il lavoro manuale. Angelo, dopo alcuni anni di vita religiosa, trascorsa nella preghiera e nel servizio delle anime nell'abbazia di San Benedetto, si sentiva chiamato ad una vita di maggiore mortificazione. Era poi, quasi ineluttabile e insopprimibile per un antico pastore il richiamo puro delle vette dove non giunge la voce dell'uomo, in alto, dove le nuvole e il cielo si confondono in un incontro che simboleggia l'intima unione dell'uomo con Dio. Dopo aver molto pregato e consultato il suo direttore spirituale, il giovane monaco chiese ed ottenne dal suo abbate di poter consacrare la sua vita a Dio, nella solitudine dell'eremo dei santi Gervasio e Protasio.In una conca, a mezza costa di Monte Maggio, le bianche celle degli eremiti spezzavano la cortina uniforme della immensa macchia di verde che si estendeva, in tonalità cangianti, lungo la valle del ruscello Romore. La vita degli eremiti di Capodacqua era di un'austerità straordinaria. Ogni eremita aveva la sua cella separata, dove viveva nella più stretta solitudine, durante la settimana. Gli eremiti si riunivano ogni giorno per compiere insieme i divini uffici: preghiere in comune, canto dei salmi, celebrazione della S. Messa. Essi si occupavano anche di lavori manuali. Le occupazioni più consuete, oltre alla coltivazione del campo da cui doveva raccogliersi quanto era necessario per poter vivere: frumento, legumi, frutta, impegnavano gli eremiti anche nella tessitura dei tappeti, nella preparazione degli ornamenti per le chiese e per gli altari, in lavori di falegnameria. Nell'eremo, quindi, bisognava abituarsi a vivere con il sudore della propria fronte. Però non doveva essere facile coltivare quell'impervia brughiera digradante a valle, sassosa e brulla, dove i raggi del sole penetravano con molta parsimonia. Il Beato Angelo conobbe cosi le sudate fatiche della preparazione del terreno, del disboscamento, dell'aratura, della semina, della potatura. Le sue mani recano l'impronte tipiche degli agricoltori. Conveniva affrettare il lavoro, specialmente nell'autunno, perché nella conca di Capodacqua scendevano presto le ombre della sera. E più di una volta, a motivo d'improvvise bufere di neve, il ghiaccio e le notti gelate, bruciarono le piantagioni. Allora per compensare il raccolto compromesso, bisognava ricorrere immediatamente ad altre semine. Ma il buon Dio che veste i gigli del campo e nutre gli uccelli dell'aria, non fece mai mancare il necessario al nostro eremita. L'eremo è l'anticamera del cielo: "la solitudine non costituisce l'essenza della perfezione - scrive San Tommaso - ma è il congruo strumento per la contemplazione e non per l'azione". Il Signore non si fa sentire in mezzo al turbinio del mondo. Mosè ebbe le rivelazioni sul monte Sinai. Gesù dischiuse i segreti del suo messaggio divino sulla collina delle beatitudini. San Benedetto e San Francesco, nello speco di Subiaco e sul monte Verna, ebbero le illustrazioni che rifulsero in tutta la vita di fondatori di monastiche famiglie. Anche l'anima del Beato Angelo si aprì ai misteri della contemplazione nell'eremo di Capodacqua, come i fiori si dischiudono in primavera. La diuturna elevazione della mente in Dio, la contemplazione amorosa dei suoi misteri gli fecero pregustare a sprazzi i raggi della luce beatifica. Autentico figlio spirituale di San Romualdo, egli sentiva in grado eminente il senso ecclesiale della stessa vita eremitica, cioè la coscienza di appartenere al corpo mistico di Cristo, conseguentemente anche la responsabilità di quanto avveniva nel mondo, dove tanti fratelli, distratti dalle preoccupazioni terrene, correvano il rischio di essere privati per sempre dei tesori della passione e morte di Gesù. Egli pertanto aspirava, quasi con volontà irriducibile, ad essere strumento di salvezza di tutti i peccatori ed offriva tutte le sue preghiere, tutte le sue penitenze per placare la misericordia di Dio implorandone il perdono. Con la sua dedizione totale, con il martirio quotidiano del cuore, egli dava il supremo testimonio della carità per l'umanità sofferente e traviata, per la conversione di quanti avevano la suprema infelicità di offendere la legge santa di Dio, per l'unità della Chiesa anche allora travagliata dalla discordia. Nell'eremo di Capodacqua c'era tanta pace! Il giovane eremita si vedeva immeritatamente - così lui credeva - circondato da tante gentili attenzioni dei suoi confratelli. In mezzo a una vita di tanta austerità, in una unione quasi ininterrotta con Dio, egli godeva della sincera stima degli altri eremiti che ne ricercavano la compagnia. Il Sillani riferisce: « Angelo spiccava fra quei buoni eremiti per la profonda umiltà con cui si riconosceva l'infimo di tutti, e a tutti prestava servigi, non meno che per l'eroica pazienza, con la quale tollerava allegramente i disagi inseparabili della vita solitaria, e qualunque altro sinistro accidente potesse mai accadergli. Gioivano quei fervorosi solitari, e benedicevano il Signore che avesse loro concesso un sì santo compagno, da cui apprendere potevano la maniera onde giungere alla perfezione più sublime». Peraltro, scrive il medesimo autore, « Il nostro Beato Angelo, malgrado tanta benevolenza di quei santi eremiti, sentiva ogni giorno di più un indistinto disagio. Già non avrebbe voluto più sortire dal romitorio, come prima faceva onde procurare il sostentamento quotidiano, e le altre cose necessarie alla vita, andando qua e là elemosinando dai fedeli per l'amor di Dio. Aveva conosciuto dall'esperienza che lo spirito non poco si distraeva in tale occupazione, e non si rimaneva in quella continua presenza di Dio, che è il fondamento della perfezione». I santi nel loro costante e irreversibile sforzo verso la perfezione, sono degli eterni insoddisfatti. La loro abnegazione, la loro inestinguibile sete di sacrificio, si ispira al precetto di Gesù: « Siate perfetti, come è perfetto il padre vostro che sta nei cieli». Quindi nello spirito del nostro beato si fece certezza che era più meritorio accettare integralmente la norma benedettina di cercare la perfezione monastica nella « singolarem pugnam» cioè di affrontare, con l'aiuto di Dio, il pressante invito alla solitudine, una vita esclusivamente interiore, addolcita dalla presenza di Gesù, della Madonna, degli angeli e dei santi. Una vita angelica in terra d'esilio, nell'attesa di raggiungere la beata eternità.
 
Trenta anni nella solitudine di Val Romore

Le anime chiamate alla perfezione cristiana, fedeli e generose nella corrispondenza alla grazia di Dio, non sono mai soddisfatte del loro stato. Nella loro profonda umiltà, pur conoscendo le molteplici deficienze dell'umana natura, sentono un bisogno irreversibile d'imitare Gesù, di riprodurne fedelmente i lineamenti spirituali. E in una continua e irresistibile tensione verso l'ideale d'ogni perfezione, vibra appassionatamente tutto il dramma dei santi, la loro lotta quotidiana per il raggiungimento d'un ideale sofferto e affascinante per il quale arrivano ad immolare, senza alcun rimpianto, generosamente la loro esistenza. Il Beato Angelo, ottenuta la grazia di essere ammesso come fratello laico, nella Congregazione camaldolese, fin dall'inizio della sua vita monastica, prese la ferma risoluzione d'imitare lo spirito di San Romualdo nella solitudine, nella penitenza e nella contemplazione. La leggenda Francescana, riferendosi alla vita religiosa trascorsa dal nostro giovane nell'eremo dei santi Gervasio e Protasio, narra che « i monaci spinti dalla necessità di procurarsi il vitto e la legna, non di rado erano costretti ad uscire fuori dell'eremo e a frequentare il popolo vicino per elemosinare il necessario, perdendo in tal modo la tranquillità dell'animo. L'uomo di Dio - Angelo - desiderava, invece, starsene morto al mondo e alle sue vanità, per essere occupato soltanto nelle cose celesti e vivere sempre alla presenza di Cristo. Egli, pertanto, se ne doleva nel vedersi distratto dall'unione con Dio, per attendere alle preoccupazioni di questa vita terrena e temeva che con grande difficoltà sarebbe ritornato alla quiete dello spirito; inoltre il da farsi che si davano quei pii romiti aveva creato in loro una certa dissipazione. Dall'altra parte gli dispiaceva di mangiare il pane e vestire alle spalle altrui. Per cui il santo uomo, per non essere a nessuno d'inciampo e per non dar motivo a giustificate lamentele e in tal modo compromettere la carità fraterna, deliberò di andarsene a vivere recluso nella contemplazione di Dio... solo con Dio da cui si sentiva separato unicamente dal peso della carne ». Ottenuta l'autorizzazione dell'abate di seguire la vocazione di « recluso », il nostro giovane monaco - afferma la cronaca francescana - « chiese con benignità ai genitori che gli fabbricassero una celletta nei loro possessi, provvedendo anche al suo sostentamento ». Qui sorge una difficoltà: se i genitori erano già morti, come potevano costruirgli la celletta in VaI Romore? Lo Jacobilli risponde al quesito: la parola « genitori» deve essere presa in un senso molto esteso, cioè di "familiari". Infatti egli scrive: "vedendo che per necessità di vitto e di legna gli conveniva (ad Angelo) spesso uscir dall'eremo, e conversare fra secolari; essendosi esso già distaccato dal mondo, non voleva più ritornarvi; ma approssimarsi a Dio con la solitudine. Dimandò licenza ai suoi compagni, e domandò ai suoi qualche terreno, non volendo incomodare altri estranei: come essi benignamente fecero in un luogo solitario nella valle di Serra Santa, vicino a un rivo d'acqua". "Chiuso in cella, conduceva una vita angelica e solo intento alle orazioni, ai digiuni e alla contemplazione; da una finestrella metteva fuori una pertica alla cui sommità era legato un secchiello, e in questo modo attingeva l'acqua dal ruscello vicino". Nelle pareti della cripta del Beato Angelo, nella Cattedrale di San Benedetto, il prof. Ulisse Ribustini, in cinque pannelli, illustrò la vita del Beato Angelo trascorsa nella cella di VaI Romore. Al pittore sono sfuggiti due dettagli: la cella era certamente più squallida e l'abito indossato dall'eremita camaldolese era di color bianco. Indubbiamente si ispirò al colore dell'abito con il quale frettolosamente fu rivestito il corpo del Beato Angelo, dopo l'incendio sviluppatosi sul suo altare in San Francesco, nel 1887, dove era custodito durante i lavori d'ampliamento della chiesa cattedrale di San Benedetto. Come immaginare il nostro Beato, nel lungo periodo di oltre trenta anni trascorsi nella solitudine di Val Romore? Egli, come tutti gli anacoreti del suo tempo, portava una corta barba, che negli anni giovanili gli conferì un aspetto austero e maturo, superiore a quello della sua età. Dopo anni di lunga ed estenuante penitenza, egli appariva pelle ed ossa: un fascio di muscoli vibranti di un'eccezionale vitalità. Sotto quel dimesso aspetto, splendeva una meravigliosa anima. Gentile, affabile. Due occhi rilucenti di cielo, abituati alla contemplazione estatica di Dio. La sua voce dolce e penetrante ispirava immediatamente fiducia ed effondeva in tutti i cuori, una misteriosa calda simpatia. Il digiuno e la penitenza non incisero mai nella sua salute; infatti gli storici non fanno mai cenno di alcuna malattia durante il corso dei suoi 54 anni. In una sana e robusta costituzione, egli conservò l'equilibrio delle sue ottime qualità umane, avvalorate dalla grazia e dalla continua vigilanza. Austero con se stesso e prudente in tutte le sue azioni, senza volerlo, manifestava una superiorità di spirito che incuteva rispetto e fiducia. Era benigno e servizievole con tutti. Non c'era persona che ricorresse a lui per chiedergli consigli o per deporre le angosce mortali nel suo cuore, che non ritornasse confortata e rassegnata. Affettuosamente paterno fu sempre con gli umili, e poveri, i peccatori e i bimbi, senza però mancare di severità, incitandoli al ravvedimento quanti erano venuti meno al proprio dovere. Per i figli prodighi, impegolati in disordini, spesso involontari, o trascinati al male ciecamente, aveva sempre parole dolci, indulgenti, confortevoli che aprivano le vie del ritorno alla casa del Padre che sta nel cielo dei cuori che a Lui tornano ravveduti.Come Benedetto da Norcia e Francesco d'Assisi, egli volle rimanere laico converso. Non pensò mai di compiere gli studi per divenire sacerdote; eppure Dio l'aveva dotato di una intelligenza superiore, che gli avrebbe permesso di compiere facilmente il tirocinio scolastico con ottimi risultati. Egli tuttavia una grande venerazione per i ministri di Dio le cui mani consacrate baciava con riverente grazia. Alla sua cella accorrevano monaci e sacerdoti per dispensargli i sacramenti della grazia e per edificarsi nello spirito alla luce dei suoi esempi e delle sue conversazioni. Vestiva una bianca tunica molto povera, sempre pulita ed ordinata, simbolo della limpidezza del suo spirito. La sua cella era costituita da due piccoli ambienti: in uno c'era il suo povero giaciglio, fatto di tavole sconnesse; nell'altro era stato collocato un piccolo altare ai piedi del quale egli faceva le sue pratiche di pietà, che lo tenevano impegnato per molte ore durante il giorno e spesso anche gran parte della notte in prolungate veglie. La sua vita contemplativa in cui egli viveva assorto, spesso, veniva interrotta dall'esercizio della carità. Da una piccola scintilla può scoppiare un grande incendio. La vita del Beato Angelo, in VaI Romore, infatti, con il trascorrere degli anni, si trasformò in una effusione di bruciante ed entusiasmante carità che varcò anche i confini di Gualdo e della stessa diocesi di Nocera. Infatti, alla sua cella affluivano ininterrottamente, anime in pena, uomini, spose, sconvolti dalle tragedie della vita, bimbi innocenti che attraverso le sue parole s'innamoravano delle verità eterne. La sua preziosa esistenza di « recluso» realmente ebbe una irradiazione apostolica. Innumerevoli furono le anime da lui incoraggiate al bene, da lui disposte ad accogliere rassegnatamente le prove più ardue della vita, da lui portate a credere fermamente all'amore di Dio che è luce, vita, speranza, salvezza. Come spiegare tanta efficacia della parola di un umile eremita analfabeta? Iddio benedetto che da tutta l'eternità aveva destinato, per i suoi imperscrutabili disegni, il Beato Angelo quale modello di vita per tutti i suoi concittadini, dovette averlo ricolmato di grazie speciali necessarie al compimento dell'eccezionale missione affidatagli: protettore e custode della vita cristiana del nostro Comune. Se il nostro inclito patrono fosse rimasto nell'abbazia di San Benedetto o nell'eremo di Capodacqua, avrebbe dovuto limitare la sua attività al compimento del suo umile ufficio di fratello laico e la sua personalità non avrebbe potuto manifestarsi interamente perché avrebbe dovuto passare quasi inosservata di fronte alla prudenza dei suoi con fratelli e alla saggezza dei suoi superiori. Iddio per tale motivo, con la vocazione speciale di « monaco recluso» pose il Beato Angelo sul candelabro e gli dette, nella solitudine, la possibilità di consacrarsi a una prodigiosa effusione di carità a vantaggio dei fedeli che accorrevano alla sua cella. Egli volle fuggire il mondo: ma l'umanità dolorante, con tutte le sue ansie e le sue pene, entrò nella sua cella in cerca di luce, di pace.

Chi conosce il cammino del Signore?
Il buon Abate di San Benedetto, nell'osservare lo spettacolo incessante dei fervorosi pellegrini che si recavano all'eremo di VaI Romore, nell'apprendere le manifestazioni della grazia che in quel lembo di cielo, miracolosamente operava il Signore, attraverso il ministero di un umile monaco, con animo colmo di gioia e di riconoscenza, alzava frequentemente, gli occhi al cielo e dal fondo del suo cuore esclamava: « lo Ti ringrazio, o Padre, o Signore del cielo e della terra e dei cuori, perché nascondesti tanti segreti ai sapienti ed invece li hai rivelati a frate Angelo, monaco analfabeta, cui hai dato la grazia dell'unzione della tua parola che conforta, della tua luce che illumina il cammino della preghiera e della penitenza.

scritto nel 1982 da S.E. Mons. Righi Vittorugo - Arcivescovo di Bilta

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Il Beato Angelo da Casale

Angelo da Gualdo Tadino o da Casale (Casale, 1270 - Gualdo Tadino, 15 gennaio 1324) è stato un monaco cristiano italiano, venerato dalla Chiesa cattolica come beato, compatrono della città di Gualdo Tadino insieme a San Michele Arcangelo.

Agiografia
Angelo nasce a Casale, una piccola frazione in mezzo alle campagne gualdesi, da Ventura e Chiara, umili contadini. Rimane molto presto orfano di padre e quindi la madre è costretta a lavorare molto per mandare avanti il piccolo nucleo familiare. Il giovane ragazzo già di animo dolce e altruista si preoccupa dei ragazzi più poveri di lui per i quali rinuncia al suo pane per sfamarli. La leggenda racconta che un giorno, dopo un acceso diverbio con la madre, perché il ragazzo sottraeva il pane da casa per darlo ai poveri, Angelo la maledice ed esce di casa per andare a lavorare nei campi. La sera, di ritorno dai campi, sente le campane della chiesa suonare a morto, corre in casa e trova la madre che giace morta sul letto. Questo episodio cambia la vita del giovane Angelo, sopraffatto dal rimorso, sentendosi responsabile di ciò che era capitato alla madre, decide di partire come pellegrino verso il monastero di San Giacomo, in Spagna. Di ritorno dal lungo viaggio decide di farsi monaco nella vicina Abbazia di San Benedetto a Gualdo Tadino, dove resterà per qualche tempo. Presto però sente l'esigenza di vivere in stretto contatto con Dio ed ottiene il permesso di condurre una vita eremitica presso l'eremo detto di Capodacqua dove resterà fino alla morte. Il 15 gennaio 1324, mentre le campane dell'abbazia di San Benedetto suonavano da sole, Angelo venne trovato morto. Si racconta che al passaggio della salma di Angelo, lungo la strada che conduceva al convento di San Benedetto, le siepi di biancospino e i campi di lino fiorirono miracolosamente.

Culto
Il Martirologio romano fissa la memoria liturgica il 15 gennaio. Al beato Angelo sono attribuiti numerosi miracoli, come la guarigione di un indemoniato sulla piazza della città, durante i funerali di Angelo. Il suo ausilio durante l'incursione dei Cappelletti, bande mercenarie slave, a Gualdo nel 1556. Il miracolo delle ciliegie nell'inverno del 1306, che salvò un cittadino di Gualdo condannato a morte. Ma il più noto, che ancora oggi si ripete, è la prodigiosa fioritura delle siepi di biancospino che la notte del 14 gennaio si coprono di numerosi germogli nonostante le basse temperature della stagione invernale, ciò avviene lungo il percorso effettuato dal feretro del beato durante i funerali, dall'eremo dei cappuccini a Capodacqua, fino al rione Biancospino. Percorso lungo il quale ogni anno i giovani organizzano una fiaccolata.

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