INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Umbria
Provincia: Perugia (PG)
Comune: Spoleto
Localita' o frazione: Patrico
Nome bene: Borgo di Patrico

Cenni storici

Borgo di Patrico - Spoleto (PG)

La parte più antica del paese è costituita da edifici in pietra che si possono far risalire al XIV-XV secolo. Uno di questi edifici ha ospitato fino agli inizi degli anni '60 del secolo scorso la scuola: naturalmente era una pluriclasse e l'inse­gnante, costretta a soggiornare nel paese per l'intera settimana, alloggiava in una stanza attigua all'aula. A sud del paese, su di una piccola altura denominata "Campo di Lalle", sono i ruderi della "torraccia" (ora difficilmente visibili per lo sviluppo della vegetazione): sono resti di muri che fanno pensare a una torre di avvistamento o a un piccolo castello due­trecentesco. Anticamente Patrico era una importante stazione di posta sul percorso Spoleto-Ancaiano. Alcuni storici ipotizzano che la sua na­scita risalga addirittura al 1500 a.C. per opera dei Pelasgi, un popolo di origine greca che solo successivamente avrebbe fondato Spoleto. Sembra che questo popolo raggiunse la zona di Patrico, seguendo un percorso che passava nei pressi del Monte Fionchi. Prima che i Romani costruissero la via Flaminia, esisteva una via di comunicazione con Roma che risaliva la Valnerina fino a Ferentillo, giungeva ad Ancaiano e poi scendeva a Spoleto dalle al­ture di Pizzo Corno e Patrico. Altri ancora credono che l'antico popolo degli Umbri costruì a Patrico uno dei tanti "castellieri" a guardia della pianura spole­tta; in effetti, in una zona poco lontana dal paese la particolare conformazione del terreno avvalorerebbe questa ipotesi. I castellieri erano dei piccoli insediamenti, risalenti all'età del ferro e del bronzo, costituiti da costruzioni fortificate, e quindi più fa­cilmente difendibili; avevano anche lo scopo di controllare le vie di comunicazione; si trovavano a quote che variavano dai 500 ai 1000 metri. Il cosiddetto "sentiero dei castellieri" passa poco sopra il paese. Non sappiamo con certezza quale sia la vera origine del paese, ma ai Patricani piace pensare che le sue origini siano precedenti alla fondazione di Spoleto. Sappiamo che nelle vicinanze di Patrico, in una zona detta Traoneccia o Sarmascia, nei pressi di Campolungo esisteva un'antica cava: la tradizione dice che le pie­tre utilizzate per costruire Spoleto provenissero proprio da questa zona. Ancora oggi possiamo vedere nei pressi dell'antica cava al­cune pietre di grandi dimensioni in parte già squadrate; sembra che queste pietre, una volta preparate, venissero rotolate fino al fondo della Vallecchia, dove oggi si trova Villa Thea, e che da lì fossero trasportate fino a Spoleto.

La Chiesa e i suoi affreschi
L'edificio più antico è la chiesa, dedicata ai Santi Crisante e Daria; la sua origine risale al 1218, come leggiamo nella relazione della visita pastorale del vescovo Lascaris del 1713. Questo do­cumento descrive la chiesa e stila l'inventario di tutti i suoi beni. In quell'anno la chiesa si presentava così: pavimento a mattoni, tetto a un arco sorretto da tre travi, una sacrestia a lato, una porta laterale e una torre campanaria con due piccole campane una delle quali porta la data 1492. Oggi la torre campanaria, pro­babilmente crollata in epoca imprecisata, è stata sostituita da un campanile a vela. All'interno della chiesa al tempo del Lascaris si trovavano un confessionale e sette tombe; gli altari erano due: uno dedicato ai Santi Crisante e Daria e uno dedicato all'Immacolata Concezione; chiude la descrizione l'elenco dei "poveri" beni custoditi all'interno della chiesa parrocchiale, spettante alla chiesa collegiata di S. Pietro. "Annessa a detta chiesa - continua il Lascaris - è un'altra sotto il titolo di Santa Mustiola, posta nella villa di tal nome (Mustaiole; oggi la chiesa delle Mustaiole è dedicata a Santa Lucia). Il Capitolo della chiesa di San Pietro assegna alla chiesa di Patrico due piccoli pezzi di terra: uno a "Vecciano" dei signori Maori, e uno a Fionchi dei beni di Antonio Molinaro di Ancaiano. Un documento anteriore, datato 10 ottobre 1571, relativo alla visita pastorale del commissario pontificio Pietro de Lunel, attesta che la chiesa di PATRICHA era già unita alla chiesa di S. Pietro e aveva un reddito di 10 rubbi di frumento l'anno (il rubbio era un'antica misura per aridi corrispondente a 4 coppe cioè a circa lt 294,46). All'interno della chiesa si trovavano soltanto un messale nuovo e una borsa di seta in cui era conservata un'ampolla con­tenente l'olio santo. Il fatto più singolare è che il de Lunel ordina di bruciare un simulacro di legno della Madonna, in quanto consi­derata vecchia e deforme, ma con l'obbligo di conservarne le ce­neri in un sacrario. Dalla visita pastorale di Monsignor Mastai Ferretti, il futuro Papa Pio IX, risulta che ancora nel 1830 all'interno della chiesa ci sono due altari e che vengono celebrate due feste l'anno: il 29 ot­tobre, dedicata ai santi Crisante e Daria, e l'8 dicembre, dedicata all'Immacolata Concezione di Maria. Il parroco non ha l'obbligo di residenza, ma ha l'obbligo di celebrare la S. Messa tutte le dome­niche. La chiesa parrocchiale riunita alla collegiale di S. Pietro no­mina un cappellano curato. Entrando oggi nella chiesa possiamo notare che l'edificio, re­staurato l'ultima volta a cura della Comunità Montana negli anni '80, si presenta con le pareti spoglie: solo alcune tracce di affre­schi, probabilmente databili intorno al 1400, si intravedono nell'abside. Ma un tempo non era così: la chiesa di Patrico era affrescata e addirittura molti dipinti appartenevano alla scuola dello Spagna. Nel 1864 due studiosi d'arte, l'italiano Cavalcasene e l'inglese Crowe, pubblicano a Londra un'opera in più volumi intitolata: "Storia della pittura italiana dal II al XVI secolo". Nel vo­lume X, dedicato al Pinturicchio e allo Spagna, vengono menzio­nati gli affreschi di Patrico: "Chiesa di Patrico presso Spoleto: affreschi rappresentanti S. Margherita da Cortona fra S. Rocco ed un santo vestito da Vescovo; la Vergine col Putto e i santi Seba­stiano e Stefano nonché di nuovo la Vergine con Bambino presso un albero e un santo. Queste pitture condotte da discepoli dello Spagna hanno minori difetti delle precedenti a Eggi, sebbene sem­brano dello stesso scolaro che lavorò all'altare di S. Girolamo a Gavelli". Il 30 maggio 1871 un ingegnere comunale si era recato a Pa­trico, e aveva inviato una lettera al sindaco per informarlo delle pessime condizioni in cui si trovava la chiesa: "una parte del tetto minaccia di crollare essendo fradici i travicelli e da tutte le parti vi penetrano le acque piovane essendo il tetto in pessimo stato. Tali acque, congelandosi sulle pareti nel decorso inverno hanno fatto in breve tempo deperire di molto le superbe pitture dello Spagna e anzi una di esse che credo sia S. Sebastiano che per lo addietro mantenevasi benissimo ora con l'umidità è scrostata e quasi irri­conoscibile. Oltre a ciò, stando come dissi aperta la chiesa, si re­cano dai pastori e dai fanciulli continui danni alle pareti. Sarebbe necessario che la Signoria Vostra facesse delle premure all'Am­ministrazione del Culto perché con la massima sollecitudine faccia restaurare i tetti e richiudere la porta, affidando la chiave a qual­che persona che ne abbia cura, altrimenti quei capolavori an­dranno fra poco perduti". Tre giorni dopo il sindaco gira la domanda al Sottoprefetto e il 14 novembre vengono stanziate L. 227,09 a favore del parroco don Giuseppe Sabbioni; i restauri vengono eseguiti, ma il 28 dicembre 1872 il sindaco scrive di nuovo al sottoprefetto e gli fa presente che "ad onta dei restauri praticati nei tetti, porte e muri della chiesa parrocchiale di Patrico, pure non viene assicurata con essi la stabile conservazione dei pregevoli dipinti della scuola dello Spagna esistenti nella chiesa medesima e precisamente nella pa­rete esposta a nord, la quale per i forti geli fa screpolare e solle­vare la stabilitura su cui è effigiato il dipinto. L'unico mezzo di conservazione ne sarebbe il distacco. Quante volte l'onorevole Amministrazione Centrale del Fondo per il Culto ne prestasse be­nevolo assenso, il municipio si incaricherebbe di commetterne il distacco onde arricchire la nascente Pinacoteca Comunale dietro rilascio di dichiarazione che comprovi la provenienza governativa". Nell'agosto 1873, avuto conferma che la chiesa di Patrico era sempre stata una chiesa baronale di proprietà della soppressa Collegiata di S. Pietro, il Ministero di Grazia e Giustizia e del Culto devolve al Comune gli affreschi con l'obbligo per quest'ultimo di provvedere a sue spese al distacco, trasporto, collocamento e conservazione nella civica Pinacoteca. Il Comune indica il sig. Lorenzo Sinibaldi, custode della Pinacoteca, come affidatario dei lavori. Il 10 giugno 1874 l'agente del demanio consegna gli affreschi e Lorenzo Sinibaldi in pochi giorni ne opera lo "strappo". Nel 2002 avviene lo sgombero totale dei locali del Municipio per i lavori di risanamento dei danni causati dal terremoto e tutti gli affreschi di Patrico furono trasferiti nel magazzino di S. Chiodo dove tutt'ora si trovano.

In un'antica edicola sacra che si trova sulla strada che da Patrico porta all'eremo degli Angeli, restaurata nel 2014 dalla fami­glia di Bartoli Felice di Patrico, è stata posta la riproduzione di uno dei due dipinti che raffigurano la Madonna della Quercia.

Chi erano i Santi Crisante e Daria?
Secondo la leggenda, Crisante era figlio del nobile alessan­drino Polemio. Giunse a Roma per studiare filosofia al tempo dell'imperatore Numeriano (283 d.C.) e qui conobbe il prete Carpoforo dal quale si fece battezzare. Il padre cercò in ogni modo di farlo tornare al culto degli dei e per questo gli inviò al­cune donne tra cui la bellissima e colta vestale Daria; Crisante convertì anche Daria e, simulando il matrimonio ma vivendo in castità, i due continuarono a convertire altri romani. Scoperti, fu­rono condotti sulla via Salaria e gettati in una fossa, infine ven­nero sepolti vivi sotto una quantità di terra e sassi. La loro tomba fu individuata nella catacomba di Trasoñé, sulla via Salaria. Le loro reliquie in seguito furono portate in Laterano, poi, al tempo degli imperatori Carolingi, in Germania, infine a Pavia, allora ca­pitale del regno italico. Il re Berengario nel 947 donò i loro resti alla città di Reggio Emilia, dove vennero seppelliti nella cripta del duomo; vennero eletti compatroni della città insieme a S. Pro­spero. Il 18 luglio 2008 in occasione del restauro della cripta i resti dei due martiri, ancora ben conservati, vennero esaminati da un comitato scientifico diretto dal prof. Ezio Fulcheri dell'uni­versità di Genova, anatomopatólogo di fama. La ricognizione diede questi risultati: dall'esame del DNA si rilevò che si trattava di due giovani individui, uno di sesso maschile e uno di sesso femminile; la datazione con il Carbonio 14 indicava che erano vis­suti all'epoca dell'Impero Romano.

I due Santi vanno a Patrico
Non si conoscono i motivi per i quali la piccola chiesa di Patrico è stata dedicata ai due santi. Bisogna aggiungere peraltro che non risulta che ci siano altre chiese a loro dedicate nei dintorni, se non in Abruzzo in un piccolo paese a m 1200 slm, in provincia del­l'Aquila, chiamato Filetto. Un'antica leggenda tramandata dai Patricani racconta che un giorno i due santi si stavano recando a Patrico seguendo l'antica mulattiera che sale da Spoleto. Giunti in prossimità di Val Co­lonna, quindi ancora distanti dai paese circa 1 km, Daria iniziò a lamentarsi con il marito per la sete e lui per accontentarla iniziò a battere la roccia con il bastone che portava con sé, finché fece una buca perfettamente rotonda dalla quale sgorgò l'acqua per dissetare la donna. Fin qui la leggenda; in realtà in questa zona ancora oggi si pos­sono vedere alcune buche perfettamente circolari del diametro di cm 20 e profonde circa 1 metro. La zona, costituita da roccia cal­carea, si trova al centro dell'antica "patricana" nel punto dove passava il sentiero prima che fosse modificato per permettere il pas­saggio della trebbia. Questa zona è chiamata "I Fontanella, anche se qui non si conoscono sorgenti d'acqua. Una spiegazione "scientifica"si potrebbe trovare nella particolare conformazione del ter­reno: infatti l'area di Val Colonna è un'ampia depressione di forma quasi circolare corrispondente a una dolina carsica del diametro di circa m. 150: è possibile che questi fontanelli o pozzòli che si tro­vano su una piccola collinetta che sovrasta il campo di Val Colonna siano anch'essi delle piccole doline carsiche. Ma alla gente del posto, comunque, piace pensare che sia stato il bastone di san Crisante a far sgorgare l'acqua da un buco praticato nella roccia.

L'agriturismo Bartoli sorge a Patrico (PG) sulle pendici del monte Fionchi "1340m s.l.m." circondato dalle dolci sommità umbre. Per il suo clima e per la sua felice posizione è un'oasi nel verde, immersa nella più assoluta pace e tranquillità; luogo ideale per passeggiate, soggiorni rilassanti e esperienze a contatto con la natura. Il paese, che vanta origini antecedenti a quelle di Spoleto, era nell'antichità una stazione di posta; alcuni storici ipotizzano che la sua nascita risalga addirittura al 1500 a.C. La famiglia Bartoli abitava questi luoghi già nel 1840, quando la principale fonte di sostentamento era la pastorizia.  All'epoca, oltre all'allevamento del bestiame, venivano coltivati fieno e frumento, raccolti tartufi e si accumulava la neve di Marzo nelle buche scavate (pozzi) nel terreno, per avere il ghiaccio tutto l'anno.  A dorso di mulo si percorrevano gli 8 Km di mulattiera per raggiungere Spoleto dove legna, ghiaccio e prodotti agricoli venivano venduti. Oggigiorno il progresso ha semplificato e trasformato la nostra vita e nonostante in noi siano rimasti profondamente radicati gli antichi valori morali e religiosi della famiglia contadina, molti di questi costumi ed attività rischiano di scomparire per sempre. Dal desiderio di sposare progresso e tradizione, nel 1984 nasce l'idea dell'agriturismo e nel 1988 abbiamo inaugurato (primo in Umbria) la nostra nuova azienda: l'Agriturismo Bartoli.

Tratto da "Viaggio alla scoperta di Patrico" di Anna Maria Evangelisti - Spoleto 2018

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L'eremo degli Angeli - Spoleto (PG)

L'eremo di Camporio è dedicato agli Angeli santi per tributo di gratitudine personale per la loro fattiva assistenza. La devozione ai celesti protettori, assorbita con la cultura cattolica, conobbe un improvviso forte impulso nelle prime ore del mio isolamento eremitico: la parola della Sacra Scrittura mi confermava la sua verità divina; l'angelo del Signore si era accampato attorno all'eremo a proteggermi. L'assistenza degli Angeli di Dio ha ripetuto la propria manifestazione lungo i decenni della mia austera solitudine durante i quali fiducia umana e soccorso dall'alto si sono sostenuti con apporto reciproco. L'eremo, con la data della sua costruzione, porta incisa anche la denominazione di "Colle di Réfidim" a richiamo dell'episodio biblico dell'Esodo dove narra di Mosè che prega sul colle della località detta Réfidim mentre il suo popolo combatte contro gli Amaleciti per aprirsi la strada verso la Terra Promessa. La dedica originaria presenta il programma dell'eremita cattolico: assidersi stabile in alto dove permanere con le mani alzate in favore della fraternità umana che combatte in piano le battaglie della vita. Quella successiva indica l'opera di Aronne e Cur che sostennero le braccia di Mosè per la lunghezza della battaglia fino alla vittoria.

L'affresco di Beniamino Nicodemo campeggia a pieno campo nell'abside della cappella dell'eremo che nel Monte Luco è situato nella zona di Fionchi. Il dipinto si impone per una misurata grandiosità. Gli angeli, che si muovono in successione, stanno in piani diversi. La loro discesa parla della loro finalità: onorare la presenza eucaristica nel tabernacolo dell'eremo. Sono suddivisi in gruppi di tre a richiamo della loro conformità all'opera trinitaria dell'Assoluto. Provengono dai quattro punti della Terra che percorrono con la loro universale assistenza. Il pittore li ha rivestiti dei colori tenui della luce dell'aurora e li ha riprodotti impegnati a fornire la materia che perpetua nella Chiesa la presenza sacramentale di Cristo. Esprimendo un sano concetto teologico, ha collocato in primo piano gli adoratori e in successione gli operatori ad enunciare che l'opera va preceduta dalla preghiera. Nel composito simbolismo dei numeri il dipinto presenta una distesa armonia di insieme, un'umile solennità; nel loro composto dinamismo devoto, gli angeli trasmettono il senso di un soffio di leggerezza, di un fascio di luminosità, un bagno di pietà che induce al raccoglimento.

Teresa Bertoncello

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Photo Gallery A.D. 2018

Photo Gallery A.D. 2018 - Edicola Madonna della Quercia

Photo Gallery A.D. 2018 - Fontanile

Photo Gallery A.D. 2018 - Eremo degli Angeli


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