Archivio foto 2017

Scheda

Nazione: Italy
Regione: Umbria
Provincia: Perugia (PG)
Localita' o frazione: Compignano
Nome bene: Fornace di Compignano
Comune: Marsciano

Cenni storici - Link utili

Fornace di Compignano - Marsciano (PG)

È difficile datare con esattezza il periodo di realizzazione della fornace, perché tale attività, dalle origine antichissime, era praticata diffusamente sul territorio marscianese da tempi immemori. Tuttavia un mattone della parte alta della fornace riporta inciso l’anno 1775. Era consuetudine che i costruttori indicassero così l’anno di costruzione di un edificio, ma potrebbe trattarsi anche di un intervento di ristrutturazione o ampliamento. Presumibilmente in origine questa fornace rientrava a far parte dell’estesa proprietà terriera della famiglia Ottaviani che, intorno all’Ottocento, aveva acquistato gran parte delle proprietà di Compignano. Successivamente, negli anni Venti del Novecento, viene rilevata da Ettore Corneli. Inizialmente la fornace è gestita direttamente dal proprietario. Vi lavora un fornaciaio che viene pagato a cottimo sulla base di un tanto ogni mille mattoni prodotti. In seguito è ceduta in fitto pagato in natura ed equivalente a circa mille mattoni l’anno. I Corneli la cedono inizialmente ad Alfredo Barberini, seguito dal figlio Secondo Barberini. Successivamente l’affitto viene rilevato da Nando Bertolini che lo conduce fino agli anni Cinquanta, quando, dopo la guerra, a seguito dell’espansione industriale, la fornace non è più competitiva e cessa la sua attività. La fornace di Compignano ha due forni di grandezze diverse. IL forno più piccolo è realizzato dagli affittuari in quanto meglio gestibile. Da sempre, com’è noto, un errore nella produzione di calore durante la cottura comporta il rischio della perdita del lavoro di un’intera stagione in quanto a fronte di una temperatura troppo alta nella camera di combustione il materiale infornato rischia di liquefarsi. In un primo momento le due buche vengono entrambe utilizzate: quella grande, che contiene circa 40.000 pezzi, è utilizzata per i mattoni; quella piccola, che contiene circa 18.000 pezzi, è utilizzata per rispondere a richieste particolari (coppi, elementi laterizi particolari, ecc.). Lentamente la fornace grande entra in disuso. L’argilla impiegata nella lavorazione viene estratta dalle immediate vicinanze e a tutt’oggi è ancora possibile scorgere, a monte della fornace stessa, un avvallamento circondato da alberi. La stessa buca prodotta dall’escavazione di argilla veniva impiegata d’inverno per raccogliere l’acqua piovana. Quando poi d’estate si prosciugava, si procedeva all’estrazione dell’argilla. Se l’acqua raccolta non risultava sufficiente per la lavorazione dell’argilla, si doveva far giungere quella del fiume, trasportata da carri trainati da buoi con costi elevati. La fase dell’essiccazione dei prodotti laterizi era molto importante e delicata; i pezzi andavano sistemati “a regola d’arte” per favorire il passaggio dell’aria. La preoccupazione principale era rivolta a proteggere la produzione dalla pioggia: se questa colpiva i pezzi ancora freschi il danno era minimo, ma se cadeva quando erano quasi asciutti il danno diveniva irreparabile. Per tale motivo i fornaciai avevano sviluppato la capacità di svolgere previsioni meteorologiche osservando come calava il sole. Purtroppo questo metodo lasciava spazio ad ampi margini di errore. Per l’infornatura occorrevano, almeno nella fase iniziale, due persone: un operaio che passava i pezzi all’interno della buca e un altro che prendeva al volo i prodotti laterizi e li sistemava sugli archi posti sul fondo della buca stessa. I primi strati, quelli di riempimento tra un arco e l’altro, venivano eseguiti con “doppioni” o “terzine” (altezza 4,5 cm; lunghezza 26 cm), sistemati a resta per favorire il passaggio del calore. Seguiva uno strato di mezzane “a muraccio”: i pezzi venivano poggiati sul lato più lungo, in modo da formare una croce e da ricavare quattro spicchi dove si potevano disporre le tegole o i coppi messi “per dritto”, ovvero appoggiati sul lato più corto. Quando la buca era quasi piena, gli ultimi strati venivano eseguiti con mattoni disposti “per piano”. La lavorazione del laterizio fatta a mano cominciava tra l’autunno e l’inverno, quando veniva raccolta una grande quantità di argilla; questa veniva sistemata in due mucchi, distinguendo tra quella ritenuta più o meno “gagliarda”, ovvero forte. Quella più gagliarda, scavata ad una profondità maggiore, veniva impiegata per la fabbricazione di coppi; quella meno forte, scavata a circa un metro di profondità, serviva alla produzione di tegole, “mezzane”, pianelle, ecc. Contemporaneamente si procedeva alla raccolta della legna necessaria per alimentare il fuoco nei forni. La seconda fase del processo di produzione era costituita dall’impasto dell’argilla con acqua, ed eventualmente con sabbia, per correggere le componenti minerali dell’argilla. Intorno ai primi di maggio, se le condizioni climatiche lo consentivano (ovvero se la stagione era abbastanza asciutta) si procedeva alla fase della forgiatura. Si “squadrava” lo spiazzo per le attività lavorative e fino a settembre – cioè fino a quando c’era sole per asciugarli – si modellavano i mattoni o gli altri pezzi. Gli operai erano impegnati in media 17 ore al giorno, dall’alba al tramonto. Il rapporto salario/lavoro non era dei più buoni, ma tale da consentire ai fornaciai di trascorrere l’inverno senza preoccupazioni e, per l’epoca, questo rappresentava quasi un privilegio. Anche la fase della cottura era delicata e richiedeva molta perizia. La camera di alimentazione del forno veniva riempita di legna e poi si procedeva all’accensione del fuoco. Per tre giorni si procedeva alla “tempera” del forno attraverso l’immissione crescente di carica. Poi si “alzava il fuoco”: occorrevano due persone che lavoravano a turni di sei ore. Si cominciava immettendo quattro o cinque fascine per volta e poi si aumentava. Infine si chiudeva la bocca di alimentazione con una tavola di ferro, lasciando solo un piccolo pertugio. Il fornaciaio osservava il colore della fiamma: se essa era chiara significava che tutto procedeva per il meglio. Una fascina di legna più del dovuto avrebbe potuto provocare un disastro: l’infornata si poteva sciogliere, colare, e tutto il lavoro di una stagione sarebbe andato perduto. Nella fase di fuoco alto le fiamme fuoriuscivano dalla cocciolata ed erano ben visibili di notte. A questo punto il fornaciaio poteva tappare queste vie di fuga del calore con un po’ di creta e così regolava la diffusione del fuoco, costringendolo ad uscire da altre fessure. Occorreva fare attenzione, perché se il fuoco non trovava uno sbocco si rischiava che crollasse tutto. A questo punto della lavorazione, comunque, il calore stava già calando. Per il raffreddamento si toglieva la “bocchettina” di chiusura del foro di alimentazione e si lasciava raffreddare il forno. Solo quando si era completamente freddato si poteva procedere a sfornare i pezzi.
L’antica fornace di Compignano è stata interamente restaurata nel 2002 e rappresenta una delle rarissime testimonianze dell’antica arte dei fornaciai, molto diffusa nel passato e tanto importante per l’economia del territorio. Accanto ai due forni preesistenti ne è stato costruito uno nuovo, con la capienza di circa 1.000 pezzi, per poter fare dimostrazioni dei metodi manuali con cui i fornaciai di Compignano costruivano i mattoni d’argilla. L’ultima rievocazione storica dell’antica tecnica di costruzione del mattone, dalla preparazione dell’impasto al riscaldamento del forno fino alla cottura della terra, risale al settembre 2004, grazie alla passione di Giancarlo Bertolini, rinomato fornaciaio della zona. La fornace, dopo il restauro, è meta di un crescente numero di scolaresche, turisti e curiosi ed è visitabile anche di sera, grazie all’illuminazione alimentata da pannelli solari.

(Rifermento: supermuseolaterizio - foto: D. Minerali)

Per uscire dalla Gallery, premere "Esc"