INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Marche
Provincia: Ascoli Piceno (AP)
Comune: Arquata del Tronto
Localita' o frazione: Centro storico
Nome bene: Rocca e borgo di Arquata

Cenni storici

Rocca e borgo di Arquata del Tronto (AP)

Vigila da secoli sul vasto panorama dell’alta valle del Tronto e su molte frazioni che rientrano nell’ambito di competenza dell’Amministrazione comunale; strategicamente sovrasta la Strada Consolare Salaria, spina dorsale del territorio e del collegamento con Roma, snodo stradale che conduce anche alla città dell’Aquila, dopo aver oltrepassato il centro di Amatrice; raggiunge l’Umbria e si addentra anche verso alcune zone dell’entroterra marchigiano; osserva importanti vie d’accesso che conducono al passo del Galluccio, percorsi che attraversano il paese di Montegallo; la strada che, superando i paesi di Capodacqua, Forca Canapine ed il passo di San Pellegrino, porta alla cittadina di Norcia; un sistema sentieristico che da Piedilama giunge a Comunanza, Petritoli ed arriva a Fermo; infine, controlla un lungo tratto dell’alveo del fiume Tronto, corso d’acqua che separa la catena dei Sibillini dai monti della Laga. L’origine di questo insediamento militare ebbe inizio tra l’XI e il XII secolo, epoca in cui fu avviata la costruzione delle opere di fortificazione sul colle. A questo primo momento dell’incastellamento seguì un graduale e progressivo incremento di nuove strutture, elevate nei secoli successivi, al fine di potenziare le funzionalità del presidio. Nel corso del XII secolo, come risulta dal Regestum Farfense, l’abate Berardo III, acquistò il contado e la Rocca di Arquata («Arquatam adquisivit et roccam de Cupulo»). L’imperatore Enrico V di Sassonia, mediante un diploma ne confermò il possesso all’abbazia reatina. Nei primi anni del XIII secolo ebbe inizio il fiorire e lo sviluppo del borgo intorno alla fortezza che si dichiarò libero comune. Dopo la scomparsa di Federico II, la città di Ascoli si preoccupò di consolidare gli avamposti di difesa dislocati ai confini del territorio, minacciati dalle aspirazioni di Manfredi di Sicilia, figlio del re svevo. Per queste ragioni la città marchigiana fu costretta «a fabricar negli Appennini un Forte per guardia dei confini occidentali affin di cautelarsi dalle scorrerie dei norcini». Nel corso del XIII secolo,[11] furono costruite le mura di cinta e la roccaforte posta a guardia e a difesa della zona montana della Valle del Tronto. Alla realizzazione dell’opera contribuirono concretamente anche Amatrice e Castel Trione. Norcia, confederata con Arquata dal 1251, il 7 agosto 1255, la cedette ad Ascoli insieme ai possedimenti di Accumoli, Sommati, Tufo, Capodacqua, Roccasalli e Terre Summantine. Dal XIII al XVI secolo, la Rocca ed Arquata vivranno alterne vicissitudini fatte di guerre e conflitti con gli altri castelli vicini, specialmente con Norcia, mentre il dominio sulla fortezza sarà rivendicato e conteso da Ascoli. Negli anni 1798 e 1789, nel periodo della dominazione francese, Arquata fu assorbita nel territorio del Dipartimento del Clitunno che aveva per capoluogo la città di Spoleto. La caduta del regime repubblicano nel 1798 condusse al ripristino delle istituzioni del Governo Pontificio. Durante il periodo della dominazione francese in Italia, la Rocca fu parzialmente ristrutturata, dotata di casematte e piazzole d’artiglieria ed ospitò un permanente presidio militare. Divenne capoluogo di Cantone e terzo fortilizio del Dipartimento del Trasimeno dopo Spoleto e Perugia fino a quando si restaurò il Governo Pontificio e tornò a far parte della provincia di Ascoli Piceno. Nel 1860 Arquata e la sua Rocca furono annesse al Regno d’Italia. La fortezza fu poi abbandonata alla corrosione del tempo e si trasformò in un rudere. Alla fine del XIX secolo ebbero luogo i lavori di restauro che ricomposero la torre più alta, il torrione esagonale e la cortina che collega i due edifici.

1255 - La Rocca era ancora soggetta al dominio del governo ascolano. In quell’anno papa Alessandro IV ordinò al Rettore della Marca di stanziare una somma da destinare alle casse della città di Ascoli al fine di potenziare le strutture di difesa dei castelli sparsi nel territorio di competenza, tra i quali Arquata.
1293 - Arquata, ed altri comuni, consolidarono i patti di fedeltà (o di vassallaggio) con Ascoli, riconoscendo al contempo soggezione e riconoscimento di sudditanza nei confronti del governo ascolano, con l’offerta di un Palio e la partecipazione ai giochi della Quintana. Ad Ascoli, al tempo, interessava avere fortificazioni a difesa dei confini occidentali per fronteggiare le continue incurisioni della città di Norcia.
1317 - Rinnovo del patto di vassallaggio con la città di Ascoli.
1334 - La città di Ascoli si svincolò dal dominio della Chiesa dopo la morte di papa Giovanni XXII procalamandosi repubblica indipendente. Arquata, anch’essa fedele al papato, provò a sottrarsi al dominio ascolano rinunciando alla sua protezione.
1337 - La città di Ascoli, per non perdere il possedimento della Rocca e per sedare la ribellione di Arquata al suo dominio, cinse d’assedio il presidio e lo riconquistò, riconfermando anche il patto di alleanza.
1348 - Ascoli dichiarò guerra alla Rocca. L’esito del conflitto vide Arquata arrendersi agli ascolani.
1350 - Galeotto I Malatesta attaccò Arquata per sedarne la ribellione, ma riportò la sconfitta.
1356 - Nelle Constitutiones Aegidianae, Arquata fu elencata tra le «civitates et terrae magnae et mediocres».
1386 - Arquata, stringendo un patto con Fermo, promise la consegna di un Palio di seta per le festività dell’Assunta.
1387 - Il condottiero Boldrino da Panicale attaccò la Rocca, ma fu respinto dagli arquatani.
1390 - Di nuovo, lo stesso Boldrino da Panicale tentò un assalto ad Arquata riuscendo ad occuparla. In un secondo momento gli abitanti lo respingeranno.[21]
1395 - Arquata e la sua Rocca furono conquistate dalle truppe di Matteo d’Acquaviva.
1397 - Iniziarono le aspre battaglie tra Ascoli e Norcia per il possesso della Rocca che si conclusero con alterne vittorie tra le due città. Arquata divenne una roccaforte di Norcia e dei ghibellini ascolani fuoriusciti. In seguito, la città di Ascoli la cinse d’assedio e la espugnò, riconquistandola.
1418 - La città di Norcia chiese a papa Martino V la concessione del dominio di Arquata. Il pontefice, espresso il suo rifiuto, affidò al Vice-legato della Marca (vescovo di Ancona), il mandato di porre pace tra nursini e ascolani. La pace si concluse co l’atto che fu sottoscritto presso una fontana. Da allora chiamata Fonte del Vescovo.
1425 - Nel mese di maggio, raggiunse il presidio arqutano il generale Lodovico Colonna, al contempo furono richieste milizie per sedare i ribelli alle città di Norcia e Cascia.
1429 - La fortezza di Arquata tornò sotto il controllo di Norcia come riportato nella bolla pontificia, del 19 luglio, di papa Martino V.
1435 - 1454 - 1461 - In questi anni la Rocca fu in possesso della città di Norcia, come riferito da una bolla di papa Eugenio IV del 1435 in cui i norcini si impegnavano a corrispondere alla Camera Apostolica 230 fiorini annui «pro taleis ed affictibus» della fortezza. Il documento reca anche le due quietanze di rinnovo degli anni 1454 e 1461.
1466 - Il 16 gennaio, il comandante Vincenzo Ficcadenti, con seicento uomini al seguito, assalì ed espugnò la Rocca ponendo fine alla nuova guerra tra Ascoli e Norcia, città che miravano a ristabilire il controllo sulla fortificazione. Gli ascolani destinarono il fortilizio, in stato di disponibilità, a papa Paolo II. Questi, al fine di allontanare la minaccia di un nuovo periodo di guerra tra norcini e ascolani, tramite Stefano Nardini, arcivescovo di Milano, raggiunse l’accordo per una tregua quinquennale, sancita dalla bolla papale emanata il 3 maggio dello stesso anno e sottoscritta dagli ascolani nell’agosto 1467. Negli anni che seguirono, la città di Ascoli continuò a rivendicare i diritti sui possedimenti della Rocca rappresentandoli, tramite emissari, a papa Sisto IV (succeduto a Paolo II). Nel contempo anche i norcini perorarono le loro ragioni, per vie diplomatiche, allo Stato della Chiesa.
1472 - La bolla di Sisto IV confermò la Rocca di Arquata sotto la protezione della Chiesa.
1478 - La Rocca fu ceduta in possesso alla città di Norcia da Sisto IV.
1479 - La città di Ascoli riuscì a cacciare i norcini che avevano rioccupato il possedimento della Rocca.
1480 - La Rocca fu dominata nuovamente dai norcini, ma Ascoli ne rivendicò nuovamente il possesso.
1486 - Papa Innocenzo VIII respinse la richiesta di Norcia che rivendicava diritti su Arquata.
1496 - Con la bolla papale del 1º gennaio, papa Alessandro IV revocò il possesso della Rocca ai norcini che lo riavranno nel 1527.
1514 - La Camera Apostolica autorizzò Arquata alla riscossione del diritto pedaggio sul suo territorio.
1527 - Arquata rientrò nei possedimenti di Norcia per un canone annuale corrisposto dagli umbri pari 280 fiorini.
1554 - In questo anno vi fu il tramonto delle autonomi locali, poiché le cariche dei pretori e dei castellani divennero di nomina papale.
1616 - Il presidio arquatano ricade ancora sotto l’influenza di Norcia per i servizi legati postali che dipendono dalla città umbra.
1799-1809 - La Rocca torna sotto il governo dello Stato Pontificio. A seguito dell’invasione napoleonica diventa la terza fortezza del Dipartimento del Trasimeno dell’Impero Francese.
1816 - Il territorio arquatano fu parte della Delegazione di Ascoli dopo la restaurazione del Governo Pontificio.
1860 - Arquata entrò a far parte del Regno d’Italia[36] e divenne sede del II Mandamento di Ascoli.
Presso l’Archivio della città di Norcia sono conservati antichi documenti che riportano, annoverano e dettagliano le attrezzature, le armi e i pezzi di artiglieria a tiro parabolico di cui era dotata la guarnigione della Rocca di Arquata. In un inventario della fortezza comparivano: «una bombarda longa due pezzi fornita et ferrata con cippe, quatro piastre et zeppe, una spingarda longa ovver ciarabactana de doi pezzi fornita con lu cippo et cavallicto, una bombarda mezza de uno pezo co lu cippo, ferrata con una piastra, et zeppa de ferro et cippo fornita, una bombarda grossa senza cippo con piastre quatro et altre bombarde e bombardelle.»
In un altro documento, redatto al tempo in cui era castellano della Rocca Ambrogio da Montefortino, si trovano descritte numerose armi, mobili contenitori, botti per la conservazione del vino, utensili di uso quotidiano ed altri oggetti custoditi tra le mura della fortezza, tra i quali figuravano: «doimila e octocento aste senza ferri tra i targoni dipinti de l’armi de Papa Pio IV e la bandera de Papa Paulo II.»,[38] ed ancora: «l’arca vecchia per fare lo pane, gli arconi granarii da tenere lo grano fra le pallocte del plumbo et scoppitti fra altre botti da octi some et corazze et celate et la robusta catena de ferro per levare il ponte levatoio et mucchi a piramide di palle de pietra per le bombarde e le mille e novecento aste guarnite de ferro et i tremila verrectoni senza aste.»

Nel corso dei secoli la Rocca è stata oggetto di vari interventi di manutenzione e consolidamento, tra i quali quelli avvenuti negli anni:

1564 - In questo anno si colloca il primo intervento di restauro della fortezza, documentato ed autorizzato dal Comune di Norcia.
1703 - Il terremoto dell’Aquila del 1703 causò danni e lesioni alla struttura della Rocca che determinarono la necessità di opere di ripristino.
XIX secolo - Agli inizi di questo secolo ebbe luogo un intervento di rifacimento del fortilizio.
XX secolo - La Rocca fu nuovamente restaurata negli anni venti del Novecento ad opera di Giuseppe Sacconi.[39] Nel corso di questo intervento fu costruita la stanza quadrangolare che insiste sulla cima del mastio.
1966 - Vi furono ulteriori interventi conservativi.
anni novanta del XX secolo - L’ultimo intervento di restauro è avvenuto in tempi recenti. I lavori, curati da Dario Nanni e Sergio D’auria, hanno provveduto a risanare le mura di cinta e delle torri, mentre all’interno degli spazi del recinto murario è stata allestita una sala polifunzionale. Nel corso di uno scavo, eseguito nella corte della fortezza nell’anno 1992, è stato riportato alla luce lo stemma litico, datato 1389, appartenuto al guerriero Sinibaldo della famiglia Cancellieri di Pistoia, come si legge nella iscrizione in caratteri gotici incisa alla base dello scudo. Si attribuisce la presenza del reperto alla consuetudine trecentesca di apporre sulle mura delle fortezze le insegne araldiche dei castellani che le governavano su incarico della Santa Sede o per mandato della città dominante.

Alla storia di questa fortezza è legata anche una leggenda. Secondo la tradizione popolare, la Rocca di Arquata fu la residenza della regina Giovanna d’Angiò, negli anni compresi tra il 1420 ed il 1435. Alcuni autori scrivono che la sovrana, forse, avrebbe ricostruito la Rocca che, al tempo, rappresentava l’ultimo avamposto di difesa del Regno di Napoli. La regina, cui si fa riferimento, è probabile che sia Giovanna II d’Angiò, detta Giovanna La pazza. Lo storico ascolano Antonio De Santis cita Giovanna II d’Angiò come colei che ha «lasciato ricordi in Ascoli, anzi ad Arquata ove la Rocca è ancora chiamata col suo nome».
La leggenda, non identifica con certezza di quale delle regine di nome Giovanna, appartenute alla dinastia angioina, si tratti. Il racconto tramanda che la sovrana era solita invitare nella sua stanza, posta sulla torre più alta, i giovani pastori per intrattenersi con loro durante la notte. Il destino e la sorte degli ospiti erano legati all’insindacabile giudizio della donna che, se insoddisfatta, non esitava a far appendere i malcapitati ai torrioni del maniero. Da questa narrazione deriva la popolare definizione “Castello della Regina Giovanna”, altro nome con cui localmente è conosciuta e pittorescamente chiamata la Rocca. Sempre la leggenda vuole che il fantasma della sovrana si aggiri, ancora oggi, all’interno della fortezza, «dimostrando di possedere sempre quell’indomabile irrequietezza che contraddistinse la sua umana esistenza».

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La Rocca è una vera e propria fortezza che venne costruita per scopi bellici. Si tratta di un esempio di architettura militare dell’Appennino Marchigiano risalente al 1200 circa. La fortezza è stata di fatto costruita a confine tra le regioni di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo. Si trova a sud del Monte Vettore ed è ovviamente in una posizione di dominio sopra il paese di Arquata del Tronto, sovrastando la Strada Consolare Salaria che connette il Mar Tirreno all’Adriatico, per uno snodo stradale che anche in epoca romana aveva funzioni essenziali per l’Impero Romano. La storia della fortezza è ovviamente legata a quella di Arquata, da sempre zona di confine contesa tra varie città. La costruzione della Rocca iniziò tra l’anno 1000 ed il 1100 e proprio intorno a questa costruzione proseguì lo sviluppo del borgo. Dopo la morte di Federico II, la città di Ascoli decise di aumentare e migliorare i controlli difensivi sul territorio minacciato da Manfredi di Sicilia, figlio del Re svevo. Per questo si dovette realizzare un Forte che proteggesse il territorio ascolano da attacchi esterni. Nel 1200 vennero quindi realizzate le mure di cinta e la roccaforte e nel 1293 Arquata consolidò ufficialmente il suo patto di fedeltà con Ascoli. Da questo momento in poi la Rocca e la città di Arquata iniziarono a vivere di guerre e conflitti.  Dopo la morte di Papa Giovanni XXII Ascoli si proclamò repubblica indipendente e Arquata, fedele al papato, cercò di sottrarsi al dominio ascolani. Il1400 vide la Rocca essere contesa tra Norcia ed Ascoli; una guerra che vide alterne vittorie fino addirittura al XVI Secolo. Durante il dominio francese in Italia, la fortezza venne ristrutturata con casematte e piazzole d’artiglieria; nel 1860, appena dopo l’unità d’Italia, la fortezza venne abbandonata e si trasformò in un rudere, ma fortunatamente all’inizio del 1900 vennero avviati dei lavori di restauro che consentirono la ricostruzione della torre più alta e del torrione esagonale. Altri lavori hanno permesso di creare una sala polifunzionale all’interno.

E LEGGENDA..
Come in tutti i territori di questa zona, anche la Rocca cela un mistero di leggenda tra le sue mura.. Secondo la tradizione popolare, la Rocca di Arquata fu residenza della regina Giovanna d'Angiò tra il 1420 ed il 1435. La sovrana, probabilmente, avrebbe ricostruito la Rocca che, all’epoca, rappresentava l'ultimo avamposto di difesa del Regno di Napoli. Il racconto vuole che la sovrana era abituata ad invitare nella sua stanza, posta sulla torre più alta, i giovani pastori per intrattenersi con loro durante la notte. Il destino e la sorte degli ospiti erano però legati al giudizio della donna che, se non contenta, non esitava a far appendere i malcapitati ai torrioni del maniero. Da questa storia deriva definizione "Castello della Regina Giovanna", altro nome con cui localmente è conosciuta la Rocca. Sempre la leggenda vuole che il fantasma della sovrana si aggiri ancora oggi all'interno della struttura..

A PROPOSITO DI STRUTTURA
Tutto l’edificio è stato definito come una realizzazione elegante ed equilibrata. Ovviamente la fortezza è il risultato di numerosi interventi. La struttura della Rocca è stata creata con dei blocchi di pietra arenaria locale, mentre sulla parte superiore delle torri si trova un'opera di “aggetto realizzata in laterizio e travertino, rifinita da una merlatura a coda di rondine”. L'impianto essenziale della Rocca si caratterizza per una cinta muraria, gli edifici delle 2 torri e alcuni resti di un terzo torrione. L’intera area è stata circondata da un parco che racchiude gli spazi della fortezza e la rampa di accesso della Rocca. Gli edifici sono collegati tra di loro tramite una recinzione in muratura con un cammino di ronda. Nel tessuto murario del recinto si trovano blocchi di pietra di grandi dimensioni. Il primissimo elemento edificato sul colle fu il torrione di pianta esagonale, alto circa 12 metri e situato allo spigolo sud-est. Collegata al torrione esagonale si trovava la cinta muraria, lunga 70 metri. L’unico lato scoperto del colle era caratterizzato da un percorso che univa il torrione al paese. La torre nord - 24 metri di altezza - venne realizzata alla fine del 1300 ed era collegata con la zona sud tramite una doppia cinta muraria.


LINK UTILI



GALLERY


Photo Gallery A.D. 2014

Photo Gallery A.D. 2014 - Chiesa dell'Annunziata

Chiesa dell'Annunziata di Arquata
Il Crocifisso del SS. Salvatore

Ci piace pensare che osservatore di tutte le vicende arquatane fu il Crocifisso ligneo che al giorno d'oggi è ancora gelosamente conservato nella Chiesa dell'Annunziata di Arquata. Tale pregevolissimo Crocifisso duecentesco fu intagliato e dipinto da due monaci benedettini: i fratres Raniero e Berardo che hanno lasciato alla base dell'opera i propri nomi. Il Crocifisso proviene dalla Chiesa di San Salvatore di Sotto di Ascoli Piceno dove venne trafugato nel 1680 da un manipolo di arquatani nel corso di una delle tante lotte ingaggiate con gli ascolani. Si tratta di un'opera singolare in cui l'intervento dell'intagliatore si limita a fornire l'essenziale supporto fisiognomico all'accurato e pregevole rivestimento pittorico, dalle linee nitidamente modulate e dal cromatismo denso, acceso e vigoroso. Un tale trattamento di forme si rifà ad una tradizione altamente prestigiosa e precisamente alla corrente pittorica che ebbe il suo sviluppo a Spoleto tra il sec. XII° e XIII°. Nel 1855 un'epidemia di colera imperversò in tutto il territorio italiano, e il comune di Arquata non fu esente da essa. Nonostante i numerosi decessi di quel periodo, il centro di Arquata fece eccezione: infatti la malattia, nonostante si fosse manifestata più volte, non fece vittime. E' stato ritrovato un manifesto dell'epoca con un'invocazione all'immagine sacra del SS. Salvatore:

Fida Arquata ti allegra. in sì bel giorno
Ver te si volge all'Empirea Corte
Quei che la falce Toglierà alla Morte,
Cui giuste ammise orrende stragi intorno.
Spinta la folle al fosco suo soggiorno
Indietro tornerà per la tua gran sorte,
Or te guatando fiera; ora qual forte
Braccio proteggitor, che a lei dié scorno,
oggi che lieta pomposa a te si mostra
L'immagine Santa Tua Liberatrice.
Porgi Arquata i tuoi voti; e lei ti prostra
"Ti appressa, o figlia, il Salvatore ti dice,
"Io ti difenderò all'eterea chiostra
e per me tu sarai salva, e felice".

Gli Arquatani, per riconoscenza dell'aiuto divino, fecero produrre, come ex-voto, una corona argentea che, ancora oggi, incorona il capo del crocifisso, la quale reca inciso:

ARQUATA COLERAE MORBO SERVATA.
SALVATORI SUO D.D. 1855.

Photo Gallery A.D. 2014 - Chiesa di San Francesco

Chiesa di San Francesco

La frazione di Borgo di Arquata, adagiata ai piedi del capoluogo lungo il corso del torrente Camartina, rappresenta il tipico sviluppo di un centro medievale: il colle risulta infatti occupato dal paese fortificato di Arquata e dalla Rocca, mentre nella parte sottostante, lungo il corso d'acqua, si sviluppava "il Borgo", l'avamposto commerciale. A Borgo troviamo la Chiesa di San Francesco, situata nei pressi dell'omonimo convento: è a due navate, ricca di notevoli arredi. Spicca per eleganza e slancio il soffitto ligneo a cassettoni, nonché da menzionare sono la cantoria, il pulpito, gli altari e i confessionali risalenti al XVI° e XVII° sec. Degne di nota sono pure le tre tele seicentesche, Madonna del Rosario, Transito di San Giuseppe (maniera del Guercino), San Carlo Borromeo (maniera del Maratti), ma soprattutto il Sant'Antonio da Padova, statua lignea policroma di scuola marchigiana, risalente al XVI°sec., ed un affresco di Madonna con Bambino e Santi opera di un seguace di Cola d'Amatrice. Sempre nella Chiesa di San Francesco di Borgo è custodita la celebre Sindone di Arquata, un lenzuolo di lino di notevole interesse storico e religioso in quanto è del tutto identico all?originale venerato a Torino con una sola differenza: la scritta al centro "EXTRACTUM AB ORIGINALE". Il ritrovamento della reliquia così bene conservata è per il Comune di Arquata di una importanza storico-religiosa e culturale eccezionale ed è per questo che è esposta nella chiesa di S. Francesco ove è stata venerata per secoli, difesa però da mezzi di sicurezza che ne rendano difficili atti vandalici o trafugamenti.

Sacra Sindone di Arquata

All’interno della chiesa di San Francesco, nella frazione di Borgo di Arquata è conservato un reperto straordinario, si tratta di un estratto della Sacra Sindone custodita a Torino, uno dei simboli piu potenti e persuasivi della cristianità, il lenzuolo di linoo che avrebbe avvolto il corpo di Cristo deposto dalla croce Della Sindone si hanno testimonianze certe a partire dalla metà del XIV secolo che la vede a Lirey, in Francia. Prima di questa data si presuppone che essa si trovasse in Oriente, e più precisamente ad Odessa, Costantinopoli, e che durante le Crociate fosse stata portata in Europa. Ai Savoia venne ceduta nel 1453, che la possedettero fino al 1983 fino a quando cioè Umberto II la lasciò in eredità alla Santa Sede (anche se l'incarico di custodire il lenzuolo è stato affidato all'arcivescovo di Torino). I Savoia nel 1506, anno in cui venne approvato il pubblico culto, sistemarono la sindone nella cappella di Chambery, l'originaria capitale del loro ducato. Oggi a distanza di millenni, la suggestione che avvolge il sacro lenzuolo è ancora molto forte, quella di Arquata del Tronto è una delle 50 copie esistenti oggi al mondo Per copie della Sindone si intendono quei manufatti ritratti dall’originale più o meno fedelmente con le stesse misure o quasi. Nel borgo di Arquata, nel 1980, durante i lavori di restauro della chiesa di S Francesco viene ritrovata una doppia urna di legno dorato, celata nella nicchia di un altare. Dentro si trovava un grande lenzuolo ripiegato e una pergamena, sul lenzuolo era visibile l'impronta frontale e dorsale di un corpo umano, e al centro vi era impressa la scritta "EXTRACTVM AB ORIGINALI" (estratto dall'originale, ovvero santificato dal contatto diretto con la vera reliquia). Si trattava di una copia della Sindone di Torino, la più preziosa e controversa reliquia della cristianità. Sulla pergamena in latino si riporta che, il 4 Maggio 1653, durante l'ostensione della Sacra Sindone nella piazza di Castelgrande a Torino, monsignor Paolo Brizio, vescovo di Alba, stese e fece toccare sull'originale una copia conforme della Sindone. Questa tela di lino fu poi restituita a padre Massimo Bucciarelli (nativo di Arquata) al termine della cerimonia. Nel 1656 la copia della Sindone venne poi donata ai frati francescani di Borgo di Arquata che la costudirono nel convento di S Francesco, piegata sotto l'altare ligneo. Ma perchè si volle fare una copia? Solo per devozione? Riguardo alla necessità per la Chiesa di fornirsi di una copia della Sindone, la teoria più fondata sarebbe quella secondo la quale ci si volesse tutelare da possibili incidenti che potessero accorrere all'originale che, oltretutto, era in possesso non della Chiesa ma dei Savoia. L'aver posto la copia in un luogo cosi remoto conforta la tesi che questa volesse essere una sorta di "copia di sicurezza". Qui i francescani l'hanno custodita gelosamente per secoli, limitando le ostensioni ed utilizzandola per le processioni solo in casi eccezionali, l’ultima volta in occasione della seconda guerra mondiale. Anche la copia della Sindone d'Arquata, come le altre esistenti è stata messa di nuovo a contatto con il Sacro Lino torinese L’ultimo accostamento dei due teli è avvenuto nell anno 1931 in occasione dell'ostensione della Sindone. Questi contatti hanno lo scopo di rafforzare i poteri sacri delle copie che secondo il credo cristiano, si trasmettono alle riproduzioni al momento della loro creazione. La copia di Arquata riproduce in modo accurato l'immagine della Sindone di Torino, e a differenza di altre copie racchiude in se un mistero, non si riconoscono tratti di pennello la doppia impronta corporea ad occhio nudo, non sembra realizzata tramite tecniche convenzionali di disegno o pittura tecniche che come abbiamo detto erano utilizzate per realizzare le copie. Il comune di Arquata del Tronto, visto anche il crescente interesse dei fedeli che ogni anno giungono sempre più numerosi per vedere ed ammirare la copia, ha ritenuto di avvalersi delle competenze scientifiche e tecnologiche del Centro ENEA di Frascati e dell’Istituto dei Sistemi Complessi del CNR di Motelibretti per effettuare il primo studio scientifico strumentale della Sindone di Arquata Grazie a queste tecniche ottiche e spettroscopiche non invasive si sono ottenute delle informazioni che tendono a rafforzare la sua particolarità. Un capolavoro di tessitura. Sicuramente conserva la sua santità non essendo una “copia", ma un "estratto dall'originale" contiene, anche se a livello infinitesimale, una parte del sangue di Gesù.


DOVE SI TROVA


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