INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Marche
Provincia: Fermo (FM)
Comune: Monterubbiano
Localita' o frazione: Centro storico
Nome bene: Castello di Monterubbiano

Cenni storici

Castello di Monterubbiano (FM)

MONTERUBBIANO: storia arte, personalità “Sciò la pica” di NEPI Gabriele
Posted on 17 settembre 2013 by Carlo Tomassini
MONTERUBBIANO: storia, personalità, arte e “Sciò la pica”.

Gabriele Nepi

Su una collina a m. 463 sul livello del mare, sorge Monterubbiano, distante dalla costa adriatica circa 10 km. Intorno si dispongono altre colline, sulle cui cime sono i centri abitati limitrofi: Fermo, Lapedona, Moresco, Montefiore dell’Aso, Carassai, Petritoli, Ponzano. Latitudine nord 43° 5’ 8,52”. Longitudine est  13° 43’ 14,88”.

La zona geologicamente è di natura terziaria e quaternaria e di formazione pliocenica. Gode di un clima mite; vi prospera la coltura della vite e dell’ulivo. La flora è assai varia dagli esemplari preappenninici, a quelli marittimi, e collinari, riscontrabili nell’ubertosa valle fruttifera dell’Aso. I corsi d’acqua  sono a regime torrentizio, i più notevoli sono l’Ete e l’Aso che sfociano nel mar Adriatico. Il sito è panoramico tanto da vedere le barche sul mare.

Le origini di questo pittoresco paese Fermano e Piceno si perdono nella notte dei tempi. Si narra che i primi abitatori fossero i Siculi e i Liburni.[1] In questa collina ha luogo “ab immemorabili”, una festa per la venuta dei Sabini nel Piceno, come riporta un documento monterubbianese relativo al secolo XV. La manifestazione “Sciò la pica” rievoca l’immigrazione dei giovani Sabini in queste terre picene, per voto della primavera sacra, guidati da un picchio. La notizia è scritta da Plinio[2] e riferita anche da Strabone, Festo, Paolo diacono[3]

Le emigrazioni micenee, provenienti dalla Grecia e dalla Dalmazia sono testimoniate dai reperti archeologici costieri. Un gruppo di persone orientali immigrate si spinse sul colle in cui sorge Monterubbiano, allettato dalla salubrità dell’aria e dall’amenità del luogo. L’insediamento umano è documentato da reperti risalenti alla prima età del ferro, come fibule, punte di lancia, elmi, pugnali, trovati in varie tombe sparse nel territorio monterubbianese. Alcuni reperti superstiti sono nel Museo Comunale; altri in quello nazionale di Ancona.

Nel 268 a.C. i Romani occuparono il Piceno e si impossessarono anche di Monterubbiano. Dell’epoca romana esistono suppellettili ritrovate, come urne cinerarie (tra cui una scoperta nel 1958), collane, monete, bronzi. Secondo la leggenda, Monterubbiano venne da loro chiamata “Urbs urbana” che appunto starebbe a significare città romana[4]. Dopo le invasioni barbariche, la vita civile ebbe una ripresa con il monachesimo. Dal secolo X notiamo chiese ed aziende curtensi create dai monaci dell’abbazia di Farfa[5].

Dopo il Sacro Romano impero della dinastia dei Carolingi, i sovrani germanici ebbero contrasti con il papato. Nel 1174 Fermo fu messa a ferro e fuoco da Cristiano, cancelliere di Federico Barbarossa, ed anche Monterubbiano subì gli assalti. Ben presto però risorse e nel 1182 lo troviamo in guerra con Fermo; ma sconfitto fece una convenzione di pace,  per cui fu costretto a mandare ben 50 cittadini a stabilirsi entro le mura di Fermo[6].

In quel tempo erano importanti, nell’attuale territorio di Monterubbiano, anche Montotto (oggi in zona rurale) e Cuccure o Coccaro, che sorgeva dove è attualmente il giardino di San Rocco. Infatti i documenti dei secoli XI e XII parlano di tutti tre i castelli. Nel 1200 Monterubbiano fece nuovamente atto di sottomissione a Fermo.

Nel 1237  si trova nelle alterne vicende del papato e di Federico II e dopo la morte di costui (1250) nelle vicende di Manfredi[7]. Nel 1334 fu assalito emesso a sacco da Mercenario da Monteverde, tiranno di Fermo[8]. Le costituzioni emanate a Fano dal card. Egidio Albornoz nel 1357 (chiamate da lui ”Egidiane”), annoveravano Monterubbiano fra le città ”medie” delle Marche, al pari di Civitanova, Osimo, Cingoli, Tolentino e Sarnano e superiore alle “piccole” come Senigallia, Montalto Marche, S. Vittoria e altre. Politicamente era autonomo.

Nel 1360 fu assalito dai Fermani capitanati da Giovanni Visconti da Oleggio. Nel 1380 si sollevò contro Brancuccio che si era fatto tiranno della sua patria. Sul principio del sec. XV fu oggetto di continue contese fra Re Ladislao di Napoli, Carlo Malatesta di Cesena e Ludovico Migliorati, signore di Fermo[9]. Il 30 dicembre 1412 Monterubbiano si ribellò al Migliorati, e gridò suo signore Carlo Malatesta; questi, il 9 gennaio successivo, rientrò con 600 cavalli e 500 fanti, vi lasciò un presidio nella notte e ripartì tra il 24-25 gennaio, per andare dagli altri suoi castelli della Marca. L’anno dopo questo castello ricadeva sotto Ladislao; se non che, morto questi, improvvisamente, ai primi di agosto, il Migliorati tornò ad impadronirsene mantenendone per parecchi anni il possesso e, per rinsaldare sempre più tale dominio, il 27 gennaio 1426 diede in sposa la figlia ad un erede della potente famiglia Brancuccio.

Nel 1433 il conte Francesco Sforza, occupò le Marche e lo Stato Fermano, come gonfaloniere della Chiesa. A Monterubbiano fu ricevuto con grandi onori. Il celebre condottiero subito intuì l’importanza strategica della sua posizione, e lo circondò di salde mura per un perimetro di circa 2 km, con baluardi e porte che ancor oggi ammiriamo. Il fratello Alessandro, scacciato dalla Puglia dalle truppe di Alfonso d’Aragona, si ritirò nelle Marche e pose il campo a Monterubbiano. Qui restò con i suoi soldati dal gennaio al maggio 1445, recando molestie ai marchigiani.

Nel 1458 Fermo onorava i Monterubbianesi delle prerogative della cittadinanza Fermana secondo lo “Statuto dei Fermani”, nell’ambito dei suoi castelli. Il 1 ottobre 1538 vengono rinnovati gli statuti comunali e, finalmente, tacciono le vicende guerresche e succede un periodo di relativa quiete. Sisto V, con bolla 13 dicembre 1586 istituiva il Presidiato di Montalto, che si stendeva fra i territori di Ascoli e Fermo. Dipendeva direttamente dal Governo Romano, ed era indipendente dal governo generale della Marca. Aveva a capo un Preside, che di solito risiedeva Montalto con giurisdizione su Ripatransone, Castignano, Cossignano, Montefiore, Monterubbiano. Il centro di mobilitazione per tutte le truppe del Presidiato stesso era Monterubbiano. I Fermani nel 1601, ribadirono che tutti i Monterubbianesi nei dottorati dovessero essere considerati eguali ai cittadini di Fermo. Fino al 1797 Monterubbiano dipendeva così dal governo romano. Napoleone I pose fine al Presidiato, durato circa due secoli; e nel periodo del suo governo francese, era assegnato al cantone. Fermo era capoluogo del dipartimento del Tronto, cui erano soggetti Ascoli e Camerino.

Monterubbiano tornò nel 1816 nella Delegazione Apostolica di Fermo, seguendo poi le sorti del governo romano pontificio, fino all’occupazione avvenuta nel 1860  quando passò sotto il regno di Vittorio Emanuele II dei Savoia.

Il castello è sempre stato  sede e centro della “Sagra dei Piceni” o meglio della Primavera Sacra, che ogni anno si rinnova  come segno della vitalità perenne del nostro popolo. Lo “Sciò la Pica” che si tiene a Monterubbiano è scritta nei documenti del quattrocento, e ricordata come esistente “ab immemorabili”.[10] Si celebra nel giorno di Pentecoste, quando la primavera è nel suo pieno rigoglio , “brilla per l’aria e per li campi esulta” (Leopardi).  E non poteva avere data più felice e più consona. Otto giorni prima, veniva issata sulla torre del Palazzo Comunale di Monterubbiano, la bandiera della libertà. Da quel giorno, per 15 giorni consecutivi, nessun cittadino poteva essere molestato per debiti; e i commercianti erano esenti da dazi e da tasse. L’ordine pubblico veniva assicurato da una armata costituita da quaranta baldi giovani. Ogni corporazione ne forniva un contingente: dieci gli “artisti”; dieci i “mulattieri”; dieci i “bifolchi”; dieci gli “zappaterra”. Li comandavano quattro “Capitani delle armi” che a loro volta facevano capo al Capitano d’Armata. Quest’ultimo sorvegliava il castello e il circondario, incedendo a cavallo ed impugnando il bastone del comando. Ogni pomeriggio nella settimana antecedente la festa, gli alabardieri salivano sulla torre del Comune e tra il rimbombo delle campane, gli squilli delle chiarine, sparavano a più riprese, con gli archibugi: annunciavano così ai vicini e ai lontani l’imminente festa.

Sfolgorante di luci e parata a festa, la chiesa, nei giorni precedenti, accoglieva frotte di pellegrini che venivano anche da paesi lontani, cantando le lodi sacre. Il sabato precedente la Pentecoste un banditore andava in giro per tutte le contrade dando ancora una volta il grande annuncio, esortando i cittadini a addobbare le finestre con drappi ed ornamenti e invitandoli per l’indomani a recarsi nella chiesa di Santa Maria dei Letterati. E la domenica di Pentecoste fin dalle prime ore del giorno, era tutto un pullulare di pellegrini e turisti. I balconi ornati a festa, sono pavesati di drappi e bandiere; fiori e festoni abbelliscono le vie e le case. Una squadra di tamburini, percorre le vie cittadine. Suonano le campane; rullano i tamburi! A tali festosità si aggiunge il suono delle chiarine che infondono fremiti di entusiasmo e fanno rievocare i secoli passati, quando i nostri antenati vennero nelle nostre contrade per voto di primavera sacra. Intanto, dalle porte principali ci si prepara alla sfilata: partono da Porta Marina gli artisti che si recano al palazzo di città (Comune), dove si schierano, accolti dall’eccellentissimo Podestà che riceve la loro dama. Da Porta San Basso partono con lo stesso cerimoniale i mulattieri; da Porta Sant’Andrea, i bifolchi; da Porta Coccaro, gli zappaterra vestiti di guazzarone. Dai balconi delle finestre del Comune e di molte case pendono i drappi multicolori, le bandiere e i simboli delle varie corporazioni: emblema degli zappaterra, la Croce di Sant’Andrea in ‘campo’ verde, il drappo di bifolchi costituito da uno scudo color giallo nel riquadro di destra in basso di sinistra. I mulattieri  si distinguono per lo stendardo celeste nella prima metà a sinistra e da strisce verticali bianco-nero e di nuovo bianco nella metà di destra. Gli artisti  hanno un loro vessillo a strisce orizzontali alternate di colore blu e arancio. Su in alto, sulla torre comunale, garrisce al vento con lo splendido sole primaverile, la bandiera del Comune. Due zappaterra, impassibili e statuari, montano la guardia all’ingresso del Comune, armati. Su un loggiato della torre pubblica, in broccati e velluti, spiccano alcuni suonatori di chiarine, che di tanto in tanto mandano al cielo i loro squilli, tersi e cristallini. Per le vie, procedono dignitosi e vivaci i tamburini. Ogni finestra, ogni balcone, ogni via è gremita di spettatori. Intanto, dal palazzo del Comune parte un piccolo drappello dai colori sgargianti e iridescenti; si reca a ricevere, ai lati della piazza, i membri delle quattro corporazioni. Lo smagliante splendore della dama si sposa alla maschia bellezza dei cavalieri giostranti, fulgenti nei paludamenti del tempo, dai colori vivaci e policromi. Incedono solenni, quasi ieratici e salgono la scala antistante il Comune. Entrano nel palazzo comunale. Eccoli: il cavaliere e la dama degli zappaterra, poi degli artisti, dei bifolchi, dei mulattieri. Due file di “donzelli” multicolori si dispongono ai lati delle scale, facendo ala ai cavalieri e dame delle quattro corporazioni. Una volta entrati, si dispongono sotto gli archi del Comune, lasciando libero quello centrale, fieri nelle loro smaglianti divise in cui abbondano, alternati, il rosso e il bianco. Ad un tratto, allo squillo di “attenti” delle chiarine, escono dalla porta del Comune tre valletti, rosse livree, arabescate in argento, con feluca decorata di fili d’oro. Uno di essi reca in mano un plastico di Monterubbiano in argento massiccio. Elegantissima, con incedere solenne e maestoso, ecco la castellana dai paludamenti di velluto di broccato, affiancata dal maestro delle cerimonie, impeccabile nella livrea multicolore. Seguono altri cavalieri ed il capitano d’armata. Esce la corporazione degli zappaterra con bandiera e cero; spicca in mezzo un porta-insegne, adornato da frutti di stagione e da spighe di grano. La dama consegna la bandiera al cavaliere della corporazione. Tra i mulattieri si ammira  il loro imponente stendardo. È quindi la volta dei bifolchi, poi degli artisti. Si nota che ogni cavaliere che riceve la bandiera, porta, sul petto, al centro, lo stemma a colori di Monterubbiano. Spicca su tutti e su tutto un grazioso ciliegio, colmo di frutta, su un ramo del quale è assicurata, legata ad una cordicella una pica. Essa è la l’attrice principale della manifestazione, “Sciò la Pica”. Ascoltiamo l’eccellentissimo Podestà che, solenne nei suoi paludamenti di magistrato, si appresta a parlare dall’arco principale del Comune, sulla piazza maggiore. Come per incanto, cessa il suono delle campane, tacciono le chiarine. I figuranti, i cavalieri, le dame e il popolo tutto si fermano, si raccolgono in silenzio. Il magnifico Podestà con voce stentorea, da essere udito da tutti gli astanti, legge le pagine del patrio statuto, nella Rubrica relativa al “modo di celebrare la festa di Santa Maria del Soccorso”. Le disposizioni in latino sono antiche e quasi familiari alla folla festante, riunita per la grande manifestazione. Letto il proclama, il corteo lentamente si muove, mentre le campane riprendono a suonare e le artiglierie sparano a salve. I tre valletti del Comune dalle rosse livree arabescate, aprono la sfilata. Seguono le confraternite, i chierici, i sacerdoti, i dipendenti comunali, cioè medici, maestri, cancellieri; un “famiglio” porta, in un vassoio, il plastico d’argento di Monterubbiano, così come disposto nella rubrica degli statuti. Segue il magistrato, cioè il Podestà e  i Priori in pompa magna. In ultimo sfilano in lunga schiera le quattro corporazioni con a capo i singoli capitani. Ogni corporazione, artisti, zappaterra, bifolchi, mulattieri, è preceduta dal labaro con la propria insegna e con il cero adorno di nastri multicolori. Ornano il cero gli attrezzi in miniatura delle varie corporazioni: il metro, la sedia, il deschetto di calzolaio, le tenaglia, il martello per gli artisti; le briglie, le selle, i sonagli, i finimenti per mulattieri; la zappa, il bidente, la pala, i forconi, la pompa d’acqua ramata per gli zappaterra; i minuscoli aratri, le tregge, i piccoli buoi per bifolchi. Intanto, tra la folla, alcuni suonatori improvvisati intonano motivi estemporanei. La sfilata viene chiusa dagli zappaterra, che sono, con la pica i protagonisti della fase centrale e culminante della festa. Uno di essi vestito di “guazzarone” e con berretto rosso sostiene in mano un giovane ciliegio, tagliato a bella posta e decorato di fiori e di primizie di stagione. Su un ramo è assicurata con una cordicella una pica;  al suo fianco due uomini nella stessa uniforme e con un cappello di paglia, uno porta la zappa e l’altro una canna e una borraccia a tracolla. Ecco lo spettacolo vero e proprio di “Sciò la Pica”: lo zappaterra che porta il ciliegio accorre dove vede più fitta la calca e fa finta di piantare l’albero; un altro zappaterra finge con la zappa di rincalzarlo e va invece a stuzzicare i piedi e le gambe delle allegre giovanotte che fuggono, accompagnate da risate generali tra la folla che si muove, o divertite ridono. Nel pomeriggio della domenica, altri spettacoli con la famosa la corsa dell’anello. La piazza maggiore è  chiusa con uno steccato. In fondo c’è il parco del magistrato: il podestà, i priori, i consoli, i capitani, attorniati da alabardieri e donzelli. La magistratura presiede a questa bella gara di destrezza. Di fronte, sopra superbi cavalli, coperti di gualdrappe e borchie d’argento, si agitano i giostranti. Intorno, fuori dello steccato, alle finestre, ai balconi la folla spettatrice, pronta ad applaudire o a disapprovare. Ad un segnale di tromba i cavalieri, a turno, l’un dopo l’altro, si muovono, spronano, si lanciano a corsa vertiginosa, e a braccio libero, con la punta della lancia cercano di infilare un anello d’argento che pende ad una corda tesa a due terzi della lizza.  Per chi riesce nella prova,  le acclamazioni del pubblico, il sorriso delle dame e del magistrato. L’anello d’argento viene riconsegnato e conservato in Comune per gli anni successivi. Un tempo per l’anello preso  si dava un bel fiorino d’oro. Più tardi, vennero in uso la corsa dei berberi col premio di scudi 12, il tiro al gallo, l’albero nella cuccagna,  e  gare simili. La sera sfilavano di nuovo le arti verso la Chiesa di Santa Maria del Soccorso, per la funzione di ringraziamento e, all’uscita, i vecchi capitani consegnavano ai nuovi figuranti le bandiere, in segno di trasmissione di comando. Questi poi, in pegno di accettazione, giunti in paese offrivano, alla comitiva plaudente, un rinfresco. Sull’imbrunire, in attesa dei fuochi, tutti si danno alla più pazza gioia; una frenesia di canti, suoni, danze, per le vie per le piazze, un vociare di gente ubriaca, che par di assistere ad un’orgia del paganesimo. La manifestazione su cui ci siamo soffermati perché ricorda la venuta dei Piceni, ha dato spunto da una legge regionale che qui di seguito riportiamo e che almeno in situ celebra il popolo dei Piceni nati dai Sabini per voto di primavera sacra.

Legge Regionale n. 13 del 15 marzo 1980. Adozione dello stemma e delle insegne della Regione Marche ai sensi dell’articolo due dello statuto. (Art. 1) Lo stemma della Regione Marche è costituito dal disegno stilizzato di un picchio che si sovrappone in parte alla lettera maiuscola M, di colore nero, in campo bianco delimitato da una striscia verde in forma di scudo…UOMINI ILLUSTRI

*Rodolfo Aracinti (o Iracinti). Nato a Monterubbiano nel 1492. Dovette allontanarsene a causa delle vicende belliche. A Teramo abbracciò la carriera ecclesiastica e ventenne, nel 1511 diede alle stampe un poemetto latino Julides dedicato al Papa Giulio II. Intanto lo zio don Francesco che era pievano a Monterubbiano gli fece conferire le cariche ecclesiastiche a Civitanova Marche, dove fu incaricato anche di insegnare lettere latine e dove ebbe allievo Annibal Caro, il celebre traduttore dell’Eneide. Qui pubblicò anche il poema Judicium Paridis dedicato al Duca di Camerino Alberto Maria Varano. Frattanto nel 1523 moriva lo zio don Francesco e Rodolfo gli fu successore. Alternò allora le cure del ministero con gli studi prediletti e pubblicò le Farnesiae Elegiae ac Virgineum Epitalamium. Il poeta Francesco Panfilo di San Severino Marche nel suo poema Picenum (edito nel 1575) per Monterubbiano non trova lode migliore che ricordare ad essere stata la patria dell’Aracinti, Morì a Monterubbiano nel 1555. Il Mazzucchelli lo ricorda nella poderosa opera: Scrittori d’Italia.

*La Famiglia Pagani. Nei documenti di Monterubbiano troviamo che nel 1182 un certo Pagani fu tra i firmatari della convenzione di pace fra Fermo e Monterubbiano. Questi è un antenato dei celebri pittori Pagani che diedero fama e gloria alla cittadina. Giovanni sul principio del 1500 dipinse molte opere, disseminate nei paesi del fermano. Si ricorda di lui una tavola nella Chiesa degli Agostiniani di Fermo, passata in seguito a Pesaro, poi a Roma e, acquistata quindi dal Governo Francese che la collocò nel museo di Montpellier, dove si trova tuttora. È firmata: Joannes de Monte Rubiano pinxit anno 1506. Nel 1544 era ancora vivente. Vincenzo suo figlio, vera gloria di Monterubbiano, nacque verso il 1490 e morì nel 1568. Apprese dal padre la pratica della pittura. Le prime produzioni risentono, alquanto, degli influssi dei Crivelli e di Piero Alamanno. Pittore fecondo, disseminò i suoi lavori nelle Marche e nell’Umbria. Le sue opere superano la cinquantina: alcune sono andate distrutte e varie erano attribuite ad altro nome. Si ammirano i suoi quadri nelle pinacoteche di Ascoli, Macerata, Fermo, nei Musei Vaticani e nell’Accademia di Brera: capolavoro è considerata la tela dell’Assunta che si ammira nella collegiata di Monterubbiano, ma che era destinata alla chiesa dell’Annunziata a Firenze. Lattanzio figlio del precedente fu anch’egli famoso pittore tanto che il Vasari lo chiamò “Lattanzio della Marca”. Morì nel 1582. Mons. Paolo Pagani (1543-1602) figlio del pittore Lattanzio, si laureò a Perugia nel 1567. Pievano a Monterubbiano e uditore (giudice) del card. Peretti (papa Sisto V) fu visitatore Apostolico per l’Arcidiocesi di Fermo, protonotario apostolico, visitatore della diocesi di Bologna e Marsica (Basilicata); insegnò anche filosofia all’Università di Fermo.

*Luca Galli architetto nato a Monterubbiano nel 1826, qui trascorse la sua vita fino alla morte avvenuta nel 1888. Mise al servizio della sua patria tutta la sua attività costruendo il Giardino di S. Rocco, il Cimitero e il Teatro. Nel giardino di San Rocco un busto eretto in sua memoria lo ricorda i posteri.

*Benedetto Mircoli (1841-1902) uno dei medici più illustri dei suoi tempi. Nel 1872 fu chiamato all’Università di Camerino che illustrò grandemente e da cui, malgrado le reiterate offerte di università maggiori, non volle più allontanarsi. Onorato dalla stima e dell’amicizia di Augusto Murri, si rese famoso per la geniale invenzione (1866) della lavatura e disinfezione delle ferite; è considerato il vero precursore dell’antisepsi.

*Temistocle Calzecchi-Onesti. Dal dott. Icilio Calzecchi di Corridonia e dalla consorte Angela Onesti di Monterubbiano, nel 1853 nacque Temistocle Calzecchi, in Lapedona dove il padre era medico chirurgo condotto.  Si trasferirono a Monterubbiano, nella casa degli avi materni, e qui Temistocle trascorse gli anni giovanili. Vi tornava per le ferie e qui moriva nel 1922. Frequentò il Liceo classico “Annibal Caro” di Fermo, poi l’Università di Pisa, dove conseguì brillantemente la laurea in Fisica sperimentale. Si applicò  a questo insegnamento, prima nell’istituto tecnico de L’Aquila, indi al liceo di Fermo, poi al liceo “Ennio Quirino Visconti” di Roma.  A Fermo fondò nel gabinetto di fisica, un osservatorio meteorologico nel quale collaborò proficuamente con la grande società meteorologica italiana. Avendo intravisto per primo l’importanza delle correnti aeree superiori, riunì un copioso numero di oculate osservazioni e registrazioni, le quali dettero in quell’epoca un notevole contributo scientifico allo studio dell’argomento. La sua attività era intanto più profondamente impegnata nella scoperta di un fenomeno elettrico che dovrà assicurargli un nome non perituro nella storia della scienza. Studiando la conducibilità elettrica delle limature metalliche, osservò che esse, raccolte in un cannellino coibente, acquistano la conducibilità elettrica se il cannellino stesso viene posto nel circuito di una corrente indotta. E inoltre queste limature perdano detta conducibilità se il cannellino stesso viene colpito da un piccolo urto. Questo prezioso dispositivo, denominato coherer, fu impiegato dal Marconi come apparecchio ricevitore delle onde elettromagnetiche nella telegrafia senza fili.

*Eugenio Centanni nato nella frazione di Montotto nel 1863, compì brillantemente gli studi liceali a Fermo, indi si iscrisse alla facoltà di medicina e chirurgia a Bologna. Laureato, fece dei brevi interinati a Moresco e a Monterubbiano.  Poi prese il volo per Bologna, dove attese ad indagini scientifiche; ottenne la libera docenza e passò alle cattedre universitarie di Ferrara, Cagliari, Siena, Modena e infine di Bologna dove fu  il successore al suo maestro prof. Guido Tizzoni. Morì a Bologna nel 1942.

*Oreste Murani. Nato a Monterubbiano nel 1853;studio al Liceo classico di Fermo. Poi si recò a Pisa dove a 23 anni si laureò in fisica con pieni voti e lode. Insegnò nelle scuole tecniche di Lonigo, poi all’istituto tecnico di Chieti da cui, dopo cinque anni, si trasferì in quello dell’Aquila. Passò nel 1886 all’importante istituto tecnico “Carlo Cattaneo” di Milano. Ebbe la docenza su invito del professor Brioschi fondatore e direttore dell’allora Istituto Tecnico Superiore, ora Politecnico, di Milano, ove tenne corsi di fisica. Vi si dedicò all’insegnamento per la formazione degli ingegneri per la durata di 42 anni. Circa diecimila furono gli ingegneri ai quali insegnò con chiarezza cristallina. Fu sindaco di Monterubbiano. Morì a 84 anni nel 1937 nel natio Monterubbiano da lui tanto amato.

*Luigi Centanni. Nato a Monterubbiano nel 1874, fu medico e umanista, profondamente innamorato del paese natio, lo illustrò in memorie storiche, poesie, dotte e preziose ricerche. Compilò l’aureo periodico Bollettino Storico Monterubbianese (Monterubbiano 1903-1904) rassegna preziosa ed indispensabile delle ricerche locali; Uomini illustri Monterubbianesi (Milano 1924); Guida Storico-Artistica di Monterubbiano (Milano 1927); La spoliazione di opere di arte fatte nelle Marche sotto il primo Regno Italico (Ancona 1951). Fu sindaco del paese nel periodo della liberazione. Moriva a Porto San Giorgio il 21 luglio 1951.

CHIESE

*La collegiata o S. Maria dei Letterati è così chiamata perché i notai, cui apparteneva, stipulavano in essa gli istrumenti. Le accademie letterarie, musicali e scientifiche si radunavano anticamente nelle chiese o cappelle ed ivi tenevano le loro sedute. La chiesa  era rinomata e veniva anche detta Santa Maria in Piazza.  Dopo il crollo causato dal terremoto del 1703, fu edificata nuova, e di molto ingrandita. Benedetto XIII nel 1728 la elevò al rango di Collegiata di Santa Maria dei Letterati. Nell’altare maggiore si conserva una magnifica tela dell’Assunzione di Vincenzo Pagani, la tomba del quale andò in rovina nel crollo della chiesa primitiva. Si notano: nella cappella laterale di sinistra, il Crocifisso, e la pregevole tela dipinta da Lattanzio, figlio di Vincenzo Pagani; nella cappella di destra una tela di S. Margherita Alacoque di Luigi Fontana da Monte S. Pietrangeli; nella sacrestia molte pregevoli tavolette, tutte di Vincenzo Pagani. Il coro fu disegnato e costruito da Alessio Donati da Offida (1778) e l’organo dal famoso Callido.

*La Pievania dei Santi Stefano e Vincenzo è la chiesa più antica del paese. Nel lato sud di essa, ammiriamo una stupenda porta “lombardesca” a piani rientranti, ed una caratteristica torre campanaria già cuspidata. L’interno è a tre navate con tozze colonne in laterizio, coronate da capitelli in pietra di stile romanico. Fu restaurata dai pievani Francesco e Rodolfo Aracinti (o Iracinti) al principio del ‘500. Nel 1728 il parroco ebbe il titolo di arciprete in unione alla collegiata Santa Maria dei Letterati. L’arciprete Ciccarelli nel 1855, ha rialzato la navata centrale e rinnovando  in stile moderno tutti gli altari.

*Chiesa di S. Agostino antichissima, fu rifatta dalle fondamenta all’inizio dell’800 dall’architetto Pietro Augustoni di Como. Nel 1925 per munificenza del prevosto Mons. Giuseppe Marzetti, fu decorata di sontuosi marmi, affrescata dal pittore Antonio Lanave e dotata di un potente organo della Ditta Tamburini di Crema. Il piano generale dei restauri venne affidato all’architetto Carlo Calzecchi-Onesti, figlio del celebre prof. Temistocle, allora Sovrintendente ai Monumenti per la Lombardia. Mons. Carlo Castelli, Arcivescovo il Principe di Fermo, la consacrò e riaprì al culto nel 1926. È particolarmente legata al culto della Madonna di Lourdes ed ogni anno vi ha luogo la solenne novena con predicatori illustri.

*Santa Maria dell’Olmo detta anche S. Lucia, costruita in pietra arenaria, un tempo illuminata da cinque graziose bifore di cui una sola superstite, è incastrata nella torre vicino alla quale si osserva una graziosa finestruola a foggia di stella. L’abside era illuminata da tre finestrine arcuate, di cui una sola rimane, rimurata. In basso tre lunghe feritoie a strombo interno, illuminavano la cripta.

*Chiesa di S. Francesco costruita nel 1247, ebbe indulgenze dal vescovo di Fermo Gerardo.  Fu modificata nel 1428, con un soffitto gotico a crociera. Verso la fine del ‘500, si invertì l’ingresso dalla parte dell’abside, cosicché l’altare maggiore è dove era l’antica facciata. L’antico campanile, essendo pericolante, venne demolito sulla fine delle secolo XVIII e sostituito con quello barocco e grandioso, ancora esistente. Il convento francescano conserva qualche traccia originale trecentesca. Dopo la soppressione del 1861 venne adibito a Carcere mandamentale. Nel 1900 il piano superiore fu destinato ad Asilo Infantile.

Altre chiese:  S. Giovanni con un bel portale del 1238 ed affreschi trecenteschi; S. Angelo di cui rimangono la porta e le mura cadenti; Badia dei SS. Flaviano e Biagio (1271) ora cadente, apparteneva anticamente a Farfa. Fuori le mura sorgono: La Madonna dei Monti; il Crocifisso di Piano Nuovo; la Madonna Celeste fuori Porta Vecchia; la Chiesuola di S. Giovanni di Montotto; la Chiesa di Rubbianello; la Cappella di S. Isidoro a circa metà strada per Fermo e La Madonna della Fonte nella Piana dell’Aso. Nuova chiesa a Rubbianello.

[1][1] PLINIO, Historia Naturalis III, 13-14:  “Orti a Sabinis voto vere sacro…Siculi et Liburni plurima eius tractus tenuere; in primis palmensem praetutianum agrum. Nati dai Sabini per il voto della primavera sacra.  I Siculi ed i Liburni tennero molti suoi tratti, principalmente dell’agro Palmense  Pretuziano (abruzzese).
[2] )  Urbs Urbana Anno II, 20 maggio 1891. Bollettino Storico Monterubbianese, n seguito B. S. M.; Luigi Mannocchi, Vita popolare Marchigiana Anno I, 15, Ascoli P. 1896.

[3] Strabone: “Antiquissima est gens Sabinorum et sunt indigenae; horum coloni sunt Picentini et Samnites” (Antichissima è la stirpe dei Sabini e indigeni di costoro sono i coloni Picentini ed i Sanniti); Festo:  “Picena regio dicta est quod Sabini cum Asculum profiscentur in vexillo eorum Picus considerit” (La Regione Picena prende il nome dal fatto che, allorché i Sabini partirono alla volta di Ascoli, un picchio si era posato sul vessillo loro) Festo Rufo, Breviarium rerum gestarum populi Romani Ediz. Wagener, Lipsia, 1886. Paolo Diacono: “Huius abitatores cum e Sabinis illuc properarent in eorum vexillo picus consedit, atque hac causa Picenum nomen accepit” ( Allorché gli abitanti allorché vennero dalla Sabina, un picchio si pose sul loro vessillo e per tal motivo la regione  prese il nome di Piceno, Paolo Diacono, Historia Langobardorum, Libro II, cap. 19).

[4] (8) “Boll. Stor. Monterub. I, p. 112 ”Sull’etimologia del nome di Monterubbiano. Verso il mille d.C. figurano nei documenti  dopo  Monte’ “Urbiano” o “Orviano” (nel seguito si citerà il Liber Fermano 1030 p. 40).  Per assimilazione dei suoni, può esserne derivato l’attuale toponimo Monterubbiano, anche se una seconda ipotesi propone, per assonanza, il nome della pianta erbacea: Robbia. Cfr. Monterubbiano, Sagra dei Piceni, numero unico a cura della Pro-loco di Monterubbiano, 1965, p. 2. La robbia detta anche garanza, appartiene alle rubinacee; non risulta coltivata nella zona. La romanità, dagli scavi, cfr.  B.S.M. anno I n. 3 marzo 1903 pp. 42-43: Ruderi di un edificio romano; inoltre ivi a. I n. 9 settembre 1903 pp.132-134: Gli scavi del Colle Coccaro <1872>.

[5] GREGORIO da Catino, Regesto di Farfa a cura di GIORGI, I. - BALZANI, U. voll. I-V Roma 1879-1914 (Società Romana di Storia Patria) all’anno 957 è documentata la “curtis” (azienda agricola curtense) nel vol II. p. 67 doc. 362; parimenti in GREGORIO da Catino, Chronicon Farfense a cura di BALZANI, U. Roma 1903 vol I. p.309. Molti luoghi hanno avuto le aziende agricole e gli insediamenti farfensi: “Queste sono le città, terre e castelli che sono stati … dall’antichità sotto il Presidiato dell’Abbazia Farfense: Fermo, Ascoli, Santa Vittoria, Monte Torario (= Montelparo), Monte di Nove, Montalto, Patrignone, Porchia, Cossignano, Ripatransone, Monterubbiano, Montefiore dell’Aso, Offida, Castignano, Rotella, Force, Montemonaco, Santa Maria in Lapide, Arquata, Amandola, Montefortino, Penna San Giovanni, Monte San Martino” I. SCHUSTER, L’Imperiale Abbazia di Farfa, Roma, 1921, pag. 316.

<Nota documentale di C. Tomassini> Archivio di Stato di Fermo. Archivio Diplomatico del comune di Fermo: Monterubbiano nelle pergamene elencate da M. Hubart, n° 1030, copiario, edito Liber iurium dell’episcopato e della citta di Fermo. (977-1266). Ancona 1996, in seguito Liber.  Ivi p. 40 Orviano, anno 1088.

anno 1059 giugno. Donazione di terre al vescovo a Montotto: Liber p. 153;

anno 1102 agosto. Donata al vescovo la metà del castello Coccone: ivi p. 45;

anno 1165 maggio 28. A Montotto donazione al vescovo di beni da lui permutati: Liber p. 152;

anno 1182 Monterubbiano, Cuccure e Monttotto promettono fedeltà e pallio a Fermo: Hubart 1933;

anno 1198 I cardinali incaricati aiuteranno Fermo ed i suoi castelli, escludendo Monterubbiano e San’Elpidio a Mare se


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