INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Marche
Provincia: Macerata (MC)
Comune: Valfornace
Localita' o frazione: Centro storico
Nome bene: Pieve di S. M. Assunta

Cenni storici

Pieve di S. M. Assunta - Valfornace (MC)

La cripta e la chiesa plebale: La cripta
La cripta è stata riscoperta nel nostro secolo. Fino al 1922 era adibita a cantina e dispensa. Canterti e muriccioli seppellivano colonne ed archi, muri imbrattati di bianco, pavimento mancante o a mattoni sconnessi, monofore chiuse. Dalla cantina della canonica e dalla scala sotto l'organo, due porte posticce e maleodoranti conducevano all'inqualificabile sotterraneo. D. Raffaele Campelli, subito dopo il suo ingresso in parrocchia, appunto il 1922, cominciò il lento recupero. Al primo scavo, dall'alto e dal basso, riscoprì le scale originarie : solo gli otto gradini bassi delle ricuperate aperture. Il pavimento della cripta fu ripreso da un frammento ancora esistente di circa tre metri quadrati. Le soprastrutture vennero inesorabilmente abbattute, meno i grossi piloni che dividono le absidiole, costruiti nel restauro generale della chiesa, nel 1756, quello che chiuse di fatto la cripta forse per alzare notevolmente il pavimento della chiesa superiore. Le volticine, composte di pietrisco sconnesso, furono rafforzate con cunei di ferro, restaurate e colorate di giallo scuro. Gli archi scolpiti e ripuliti furono rafforzati con cunei di ferro. Riaggiustate o ricostruite le nicchie, le finestre, gli infissi. Completamente rifatta la nicchia centrale. Per i restauri fu cercata pietra identica alla precedente, rispettata la luce, usate cancellate in stile, perfino utilizzata la pila dell'acqua santa rinvenuta negli scavi. Una iniziativa di sicurezza, contro possibili accentramenti di organi tutori, venne presa murando lapidi e ruderi di qualsiasi tipo rinvenuti nello scavo. La cripta, raccolta nel suo austero silenzio, nacque come recesso sacro alla preghiera. Ha cinque navatelle, tre absidiole, quattro ordini di colonne con capitelli vari a rozze decorazioni graffite. Tra le colonne, quella incastonata nel pilone di sinistra e quella della seconda fila, sfiancata in mezzo, sono certamente romane, perché di piperino, con tracce di quarzo a riflessi d'argento, materiale esclusivo del Lazio. Anche la prima colonna della quarta fila e la seconda della terza fila potrebbero essere romane, forse parti del monumentino funebre del decurione Petileno di cui potevano contornare la lapide grande murata nella stessa cripta. I numerosi reperti archeologici (colonne, capitelli, lapidi) qui rendono consistente l'ipotesi, altrove favoleggiata, della preesistenza di un tempio pagano e di monumenti funebri romani. Il sorgere e l'affermarsi del cristianesimo comportò la trasformazione parallela lenta e crescente di tutto il complesso. Pensiamo alla prima chiesa, modesta nelle proporzioni, tirata su con materiale di recupero, ma nel rispetto soprattutto dei monumenti funebri. Il cristianesimo non si presentò fulmineo, né usò violenze ai costumi e alle strutture sociali e tanto meno murarie. Cripta e chiesa romanica furono frutto della civiltà che a fatica uscì dalla fusione dei longobardi e dei romani, frutto della strutturazione religiosa e sociale della plebs. I tempi lunghi della costruzione possono collocarsi subito dopo il mille. La piccola lapide ovale rinvenuta sulla facciata durante i lavori del 1823 segna forse la data della consacrazione dell'intero nuovo complesso 1162. Anche lo stile ripropone quel tempo: secolo XI e XII. All'inizio del successivo, nel 1218, il vescovo Atto di Camerino concede a Vasculo plebano plebis Bovelliani il privilegio protettivo della stessa pieve e lo conferma in tutti i possessi, terre, vigne, molini, selve con la dipendenza di 31 chiese.

Un affresco
A sinistra, nell'abside centrale, un affresco rappresentante s. Lucia, per la quale, qui, come altrove, profondo fu il culto. La santa Lucia, notissima ai devoti, è completamente inedita per i critici. Vi ha posto attenzione or ora Giuseppe Vitalini Sacconi, al quale abbiamo chiesto una descrizione.

ARCANGELO DI COLA (?), S. LUCIA av. Affresco cm. 106 x 110

Cripta della chiesa plebale
E'difficile, date le condizioni nella quale è ridotta, proporre una attribuzione per questa delicata immagine finora inedita. I rapporti stilistici più vicini sembrano accostarla ad Arcangelo di Cola, per analogia di modi stilistici ed accostamenti fisionomici con la Madonna di Bibbiena eseguita dal grande pittore camerte. Vi ritroviamo infatti l'espressione sentimentale, il chiaroscuro avvolgente, la tipologia degli occhi e dell'arco delle ciglia, il disegno della bocca e del mento molto simili a quelli dell'esemplare ricordato, cui si lega altresì per la maniera caratteristica di come porre le pieghe del velo. Da notare anche che un goticismo così fine, tale sensibilità lineare non trovano molti riscontri nella regione a questa data che a nostro avviso non dovrebbe oltrepassare il primo quarto del XV secolo. Non esprimeremmo delle riserve, se non fosse per il taglio forse troppo deciso e duretto del naso, ma forse trattasi di un ritocco postumo. L'affresco come s'è detto, ha subito l'ingiuria del tempo nonché di restauri frettolosi ed approssimativi. Si veda infatti com'è stato «ricostruito» il nimbo: caduto quello originale in rilievo, sulla superficie corrispondente ne è stato tracciato un altro, alla meglio e per ornato sono stati graffiti dei trattini senza ordine ne misura. Abbiamo una dimostrazione, se pur limitata, di Arcangelo frescante nella chiesa del Crocifisso di Pioraco, ov'è dipinta la Madonna col Bimbo tra due angeli adoranti nella nicchia al centro dell'edicola. Non è difficile stabilire un raffronto tra l'angelo di destra e la nostra giovane santa per quanto riguarda la qualità e la funzione costruttiva del chiaroscuro come per la morfologia dei lineamenti.

La chiesa
Oggi la chiesa si apre al visitatore come una pagina scritta in molte ere. La parte di levante e il gruppo absidale mostrano, pur sotto i molti interventi posteriori, unità strutturali e, qua e là, elementi risalenti al romanico più puro. La parete, in piccole pietre che al sole e all'acqua hanno assunto la inconfondibile patina dei secoli, si appoggiava sulla torre campanaria all'angolo della facciata. Un arco, ancora visibile nell'attacco, si alzava sulla stradina e poggiava probabilmente sulle mura castellane. Da quella parte la chiesa era solidissima come una fortezza. Tuttora in vista appaiono le feritoie, due monofore, una porta a tutto sesto. Il gruppo absidale, opera di qualche maestro lombardo, nel complesso è armonioso, benché una rivestitura «ciclopica» abbia ingrossato e consolidato, all'esterno, l'abside centrale e rifatta la parte superiore. Le monofore e la porta d'accesso alla cripta, ora tutte chiuse, scomparsa la funzionalità, continuano a distribuire sulle pareti, curve e chiare, piccoli giochi di luci e ombre. La parete di ponente è troppo ingombra di costruzioni successive. Mentre la parte inferiore dell'attuale torre campanaria appartiene alla primitiva costruzione, anche se non nella stessa funzione odierna. La facciata doveva vedersi solo nella parte centrale, perché a levante la limitava il torrione entro il quale per trentacinque anni ha avuto sede il museo. Anche a sinistra, in perfetta simmetria al primo, resta il troncone di altra costruzione. Non fu difficile, nei vari restauri del secolo XVIII e XIX, collegare le due basi e trarne l'ampia canonica, che nasconde completamente l'antica facciata. E' probabile che tra il secolo XIV e XVI, la chiesa subisse restauri e trasformazioni, perlomeno i consolidamenti necessari ad ogni lasso di secoli e le esigenze della pietà. Molta suppellettile, eliminata nel '700 ed ora recuperata per il museo, appartiene all'epoca di qualche importante restauro. Nel '700 il rinnovo fu dettato da necessità statiche e da cambiamento di gusto. Riguardò soprattutto l'interno. Eseguendo l'ordine del vescovo di Camerino, il pievano Giuseppe Nicola Cicconi, che già nel 1747 aveva fatto rifondere due campane, nel 1756 incaricò dei lavori l'arch. Giovanni Ricchini. La sostanza dei lavori consistette nel rifacimento del tetto che fu abbassato, la costruzione, su troncone di torre castellana, noi crediamo, del campanile. La chiusura delle porte, delle finestre o monofore, visibile all'esterno. Dentro, sullo spartito delle tre absidiole dell'antica chiesa, furono felicemente immesse le tre ariose navate, che allora dovevano essere veramente armoniose. La riconsacrazione della chiesa avvenne nel 1759. Chiusa la lunga «era romanica», cominciò per l'edificio una serie di restauri con ulteriori tappe nel 1796, 1823, 1936, per l'antica suppellettile, al completo sostituita, la diaspora e la lenta agonia fino alla rianimazione nel museo iniziato nel 1937, ripreso oggi 1972. Ai restauri del 1796 risale il rialzo del pavimento forse per eliminare l'umidità penetrante dall'orto a meridione, tutto addossato alla parete, forse per esigenze, come dicevamo, di moda estetica. In una ordinata struttura romanica il livello della chiesa era ad eguale distanza tra il presbiterio e la cripta. Il lavoro comportò la chiusura delle scale di accesso alla cripta, sostituite da un accesso laterale, dalla parte dell'organo, che in pratica mise fuori dell'uso liturgico la cripta stessa. In quella occasione, probabilmente, la chiesa fu dotata dell'organo. Così, la moda neoclassica che ormai giungeva anche in periferia rese quasi «goffe» le navate vistosamente abbassate. Fu ricostruito l'oratorio del rosario e restaurato e sistemato l'ampio ingresso, come, di fatto, è tuttora. L'insieme, assai notevole, delle opere completò il progetto dell'arch. Ricchini. L'intervento del 1823 fu circoscritto al parziale rifacimento della facciata. Il restauro Campelli ha un antefatto nel crollo del tetto il febbraio 1934. I lavori cominciarono nel settembre 1935 e finirono nell'agosto 1936. Fu rifatto il tetto, il pavimento, sistemati gli altari, messe a nuovo le finestre, aggiustata la suppellettile, eseguito l'impianto elettrico. La decorazione fu opera della ditta Egisto Pagliari di Tolentino.

tratto da "Pievebovigliana e il suo museo" Angelo Antonio Bittarelli 1972.


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