INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Marche
Provincia: Macerata (MC)
Comune: Valfornace
Localita' o frazione: Villanova
Nome bene: Chiesa di San Sebastiano

Cenni storici

Chiesa di San Sebastiano - Valfornace (MC)

Villanova è un "paese nuovo", più giovane di quelli che gli stanno intorno. Quanto più giovane, non sappiamo; tuttavia, nei documenti possiamo ancora verificare che, mentre altri centri abitati di Fiordimonte e Pievebovigliana sono già ricordati ai primi del '200, per trovare una citazione di Villanova bisogna attendere la metà del '300. Di certo è una leggenda quella che ne fa risalire la nascita all'iniziativa di alcuni fuggiaschi di Pievebovigliana (la parrocchia a cui Villanova è sempre appartenuta), scampati al saccheggio del loro castello nel 1528. Trascorsi i tempi d'oro in cui il paese giunse a contare un centinaio d'anime (aveva ben 119 abitanti nel 1562!), anche per Villanova è arrivata la stagione dell'abbandono, che non ha risparmiato la chiesina di San Sebastiano, nascosta sotto la strada tra Villanova di sopra e Villanova di sotto. Ne abbiamo memorie scritte solo dal '400, ma l'edificio in pietra, con due belle porte ad arco sulla parete sud (quella più a valle è murata), può risalire al secolo precedente. Sull'angolo sud-est si leva un campaniletto a vela, del Sette-Ottocento ma con una campana più antica (come rivela la forma decisamente oblunga); a sostenere il peso del campanile provvede il grosso muro a scarpa visibile appunto in quest'angolo. La pianta è un semplice rettangolo; ai lati dell'altare, rivolto come di consueto ad oriente, lo spazio è stato ristretto in epoca recente con muretti di foratini, creando un presbiterio più ridotto e due piccoli ambienti di servizio. Sulla parete sinistra, tagliate da una di queste sacrestie, si trovano le poche pitture murali rimaste, tutte quattrocentesche. A sinistra si vedono i resti di un santo vestito di nero, incoronato da un angelo in volo, con la data "1470" in basso a destra su un fondo a finta cortina muraria. Poco più su della data si legge il nome del santo, "PETRUS": non il Pietro più famoso, l'apostolo e primo papa, bensì Pietro da Verona, martire domenicano (i domenicani indossano appunto un mantello nero). Della figura seguente rimane l'ampio mantello rosso ben panneggiato: era forse un apostolo, o una Madonna. Di seguito, sullo stesso intonaco, un bel San Sebastiano vestito da paggio, in calzamaglia rossa, ha una freccia in mano e la scritta "Sebastian(us)" vicino al ginocchio; un'iscrizione con la firma del pittore correva sulla cornice inferiore, ma ne resta solo il finale "pinsit", cioè "dipinse". Il fondo imita, in basso, ancora un muro di pietre, mentre in alto, alle spalle dei santi, stanno appesi drappi decorati. Infine, staccato dagli altri, contro la solita finta cortina qui colorata di rosso, compare un santo abbigliato in modo molto simile al precedente, probabilmente un altro San Sebastiano, sopravvissuto solo dalla vita in giù. Le condizioni disastrose di questi affreschi, che necessitano di un recupero urgentissimo, rendono difficile un giudizio. Il San Pietro martire, per i caratteri delle scritte e per il volto dell'angelo (la parte meglio conservata), potrebbe essere opera di Paolo da Visso, che molti anni prima, nel 1447, aveva lavorato a Nemi. L'intonaco di questo dipinto si sovrappone a quello della coppia centrale di santi, che dunque sono più antichi, anche se di poco: forse ancora Paolo da Visso, come suggerisce la posa elegante del San Sebastiano, quasi sospeso in aria; ma l'iscrizione "Sebastian(us)" pare troppo gotica per essere di Paolo. L'ultima figura, invece, coi piedi ben piantati sulla cornice, non più vaganti in uno spazio indefinito, farebbe pensare ad una mano migliore, forse quella di un pittore camerinese; ma c'è rimasto davvero troppo poco per giudicare. Speriamo che un restauro ci chiarisca le idee. Tra la fine di quel secolo e gli inizi del Cinquecento, l'altare fu adornato da una magnifica statua lignea colorata, raffigurante ancora San Sebastiano. La si ammira oggi nel museo "Raffaele Campelli", ospitato in alcuni locali del municipio di Pievebovigliana. I secoli l'hanno privata delle frecce che trafiggevano il corpo e l'hanno costellata di buchi di tarlo, ma lo sguardo malinconico rivolto al cielo, l'acconciatura 'alla moda', la posa leggermente dinamica, lo studio minuzioso dell'anatomia ne fanno ancora una delle più belle tra le numerose sculture in legno - soprattutto di questo santo, invocato contro le frequenti epidemie - che arricchirono in quell'epoca le chiese del Camerinese. Sull'altare fu posto più tardi, probabilmente nel '600, anche un bel tabernacolo. Decorato da doppie volute e coronato da una piccola conchiglia, il tutto in marmo bianco, ha gli stipiti della porticina e la base impreziositi da inserti di marmi colorati. Un unicum per le nostre chiesette rurali, perlopiù dotate di cinquecenteschi tabernacoli in legno dorato e dipinto.
Ci conducono infine nel Settecento due piccole tele, di identico formato e racchiuse in uguali cornicette dorate. In quella appesa alla parete sinistra è rappresentata l'Ascensione, nell'altra, di fronte, sono rappresentati la Madonna assunta in cielo, san Sebastiano ed un santo vescovo. Le immagini sono ridotte a un'ombra, ma la scarsa qualità è evidente. Fare un nome è arduo. Lo stile sembra richiamare, in qualche modo, quello del camerte Giuseppe Manzoni, che a metà secolo dipinse una tela per Nemi. A Villanova, tra i ruderi di una casa colonica dell'avvocato Filippo Galassi, saltò fuori intorno al 1930 un architrave con una strana iscrizione. Qualcuno la ritenne etrusca, qualcuno picena, qualcuno umbra. Tutti la datarono qualche secolo prima di Cristo. E la pietra, presto passata al museo di Pievebovigliana, ne divenne uno dei pezzi più importanti. Solo poco tempo fa un ottimo studioso umbro, Romano Cordella, si è accorto che in realtà, su quell'architrave, c'è semplicemente la data "1520" seguita dal nome di un certo "IO(anni) BATISTA" (e da altre parole ancora poco chiare). Insomma, un caso non diverso da quello - assai meno noto - della vicina fonte pubblica di Taro, dove un'iscrizione del 1518, che ricorda un mastro Domenico di mastro Giovanni lombardo, è stata creduta per anni un misterioso testo di età preromana ... Passione lodevole, quella di chi ricerca le radici più antiche della nostra civiltà. Come tutte le passioni, però, a volte gioca brutti scherzi.

Matteo Mazzalupi

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