INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Marche
Provincia: Macerata (MC)
Comune: Valfornace
Localita' o frazione: Taro
Nome bene: Chiesa di San Biagio

Cenni storici

Chiesa di San Biagio - Valfornace (MC)

Al centro del paese che un tempo si chiamava - e qui ancora si chiama - Lutaro, si leva la facciata della chiesa di San Biagio, che i primissimi documenti, del Duecento, chiamano Sant'Angelo, cioè San Michele Arcangelo, ma che già al principio del '400 (per il secolo precedente mancano notizie) era intitolata al vescovo martire. Al di sopra della finestra circolare un mattone porta incisa la data 1668, a ricordo di lavori di cui ci sfugge l'entità. A quell'epoca potrebbe risalire il rialzamento della facciata, che spiega la stranezza del profilo archiacuto del portale ripetuto più in alto del portale stesso. La struttura che vediamo è comunque il frutto di interventi di epoche diverse; della costruzione più antica sembra non rimanere altro che la minuscola abside semicircolare romanica, aperta da una piccola monofora, costruita in pietra come il resto della chiesa e databile al XII-XIII secolo. È la calotta di quest'abside ad ospitare, all'interno, il più antico dipinto sopravvissuto, che è un affresco. Contro un ampio paesaggio serrato in fondo dai colli, è raffigurato al centro il Crocifisso tra la Madonna e san Giovanni apostolo, con il simbolico pellicano in cima alla croce e intorno tre angeli che raccolgono in calici il Sangue di Cristo (uno tiene anche un cartiglio con una frase latina che allude al sacrificio di Gesù); a sinistra si trova San Giacomo maggiore, a destra la Madonna del cardellino. Non deve stupire che alcuni personaggi si ripetano, giacché quest'affresco è pensato come l'accostamento di tre dipinti. Ognuna delle parti fu infatti offerta da fedeli diversi: purtroppo si sono salvati solo, insieme alla data 1486, i nomi dei committenti della Crocifissione, Giovanni di Matteo, Venanzo di Porfirio e Giacomo di Benedetto (pure essi difficilmente leggibili dopo il recente, provvidenziale restauro che ha salvato l'opera, ma ha anche qua e là pasticciato, oltre che appiattito, la pittura). Autore di questo notevole dipinto è il Maestro di Arnano, un valente allievo del Maestro del trittico del 1454 e di Giovanni Angelo d'Antonio, cioè dei maggiori pittori camerinesi del Quattrocento, in base a nuove ricerche si deve escludere che il Maestro di Arnano vada identificato con il pittore Cagnuccio d'Antonio da Acquacanina. Alla prima metà del Cinquecento risalgono le due tavole di pittori caldarolesi che oggi decorano le pareti della navata. A sinistra si vedono, bisognosi di restauro, i Santi Sebastiano, Nicola di Mira (o di Bari) e Rocco, di mano di Giovanni Andrea De Magistris, padre del più famoso Simone. A destra è una movimentata Resurrezione di Cristo, con in basso l'immagine di San Biagio su uno sportellino tra due angeli entro nicchie. Questo secondo dipinto, attribuito a Durante Nobili (il figlio del Nobile da Lucca che lavorò per Alfi), ha avuto una vicenda curiosa. La scritta in cima alla cornice, "HIC E(st) PA(n)IS DE CELO DESCE(n)DE(n)S", cioè "Qui c'è (o questo è) il Pane disceso dal cielo", si riferisce chiaramente all'Eucaristia, rappresentata anche nel calice e nell'ostia a metà dell'iscrizione: questo significa che la tavola si trovava su un altare destinato ad accogliere il Santissimo Sacramento. Ma fino a poco tempo fa queste parole erano invisibili, e inoltre sullo sportellino, dove dovrebbe trovarsi un'immagine eucaristica (il calice e l'ostia, l'Ultima cena, il Cristo morto ...), vediamo invece il santo titolare della chiesa. Come mai? La spiegazione è in un documento del 1582: in quell'anno il vescovo di Camerino Girolamo De Buoi visitò la nostra San Biagio e notò che in una nicchietta a destra dell'altare si conservavano alcune reliquie di santi, mentre l'iscrizione che vi era posta indicava la presenza dell'Eucaristia. Evidentemente quella nicchietta era coperta dalla nostra tavola e doveva essere nata per il Santissimo, che però, dopo il Concilio di Trento (1545-1563), era stato spostato nel tabernacolo sull'altar maggiore. Il vescovo allora, preoccupato che i fedeli nell'adorazione non commettessero un atto di idolatria, convinti che dietro quello sportellino ci fosse ancora il Corpo di Cristo e non invece semplici resti di corpi santi, ordinò di coprire la scritta, ritrovata solo nel restauro del 2003. Fu di certo in quella stessa occasione che lo sportellino venne ridipinto con la figura del vescovo martire. Verso la fine del XVI secolo giunse l'ultima opera pittorica importante: la tela con la Madonna del Rosario trai santi Domenico e Biagio circondati dai quindici Misteri. Appesa oggi presso l'altare di destra, in origine doveva trovarsi sullo scomparso altare del Rosario, in cui era eretta fin dal 1579 l'omonima confraternita. Vi si riconosce la mano del camerinese Camillo Bagazzotti, che vi appose la data 1589 (non 1585, come leggevo in passato) e il nome del donatore Domenico Marcelli, probabilmente un membro della compagnia. La composizione è identica a quella che il pittore adottò per Nemi, con la sola aggiunta, a Taro, del santo titolare, effigiato come sempre con il pastorale ed il pettine da cardatore che fu uno degli strumenti del suo martirio. La semplice acquasantiera in travertino, accanto alla porta, ha inciso sulla base l'anno 1638. Ancora al Seicento potrebbero ricondursi i due reliquiari dei martiri sant'Antonino e san Vitale, a forma di braccio, citati già in una visita pastorale del 1715. Quello che è venuto dopo, e che lascio alla scoperta di chi legge, non aspira alla dignità di arte, ma è ugualmente testimonianza dello straordinario amore, ancor oggi vivissimo, della gente di Taro per la sua chiesa.

Matteo Mazzalupi


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