INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Marche
Provincia: Ancona (AN)
Comune: Arcevia
Localita' o frazione: Avacelli
Nome bene: Chiesa di Sant’Ansovino

Cenni storici

Chiesa di Sant’Ansovino – Arcevia (AN)

Posizionata nella valle del Fosso Fugiano sottostante il centro di Avacelli, la chiesa rurale di S. Ansovino può essere annoverata tra i più antichi monumenti della Vallesina.

Cenni Storici

Dalle "Rationes decimarum" risultano esistenti nel territorio marchigiano cinque chiese dedicate a S. Ansovino, due nel territorio diocesano di Urbino, uno in quello di Jesi, uno in quello di Fermo e uno in quello di Camerino; quest'ultima è quella che ci interessa. La testimonianza si riferisce agli anni 1299-1300, la chiesa vi è così indicata "S. Ansovini de fossa de lon-morto" (cioè "dell'uomo morto"). In altri documenti è indicata con il nome di "S. Ansovino de la fossa", in altri ancora più semplicemente con quello di S. Ansovino, ma in questi ultimi l'identificazione è inequivocabile. Della "fossa de l'omo morto" si parla in altri documenti il più antico è del 1082, ed appare abbastanza agevole riconoscervi il fosso che scorre sotto l'abitato di Avacelli e presso il quale sorge la chiesetta, anche perchè qualche anno fa una vecchia contadina da me interpellata mi disse che quello era il fosso "dei morti". Più a valle il fosso prende il nome di "fugiano". La più antica testimonianza dell'esistenza di questa chiesa è del 1082, altre testimonianze sono del 1084, 1102, 1292, ma non ci dicono niente più del nome. Decisamente più interessante è una testimonianza del 1199 che ci fa sapere che la chiesa di S. Ansovino dipendeva dall'abbazia di S. Elena dell'Esino. Per ciò che riguarda la posizione della chiesa, le attuali condizioni di degrado della strada che corre lungo il fondo della infossata valle non debbono trarre in inganno, in realtà questa strada, oggi non più per corribile nella parte alta, rivestiva già nell'alto medioevo una notevole importanza in quanto svolgeva "la funzione di collegamento fra i domini longobardi del Sentino e dell'alto Esino e quelli dell'alto Misa, fra il gastaldato e il comitato di Senigallia". Il primo a segnalare l'esistenza di questa chiesa è stato il Serra nel 1928 nella sua famosa opera; due anni dopo, nel 1930, il Cardelli ne dava una analisi più approfondita e nello stesso anno usciva un articolo del Sassi in cui si affrontava il problema delle sue origini. La chiesetta, proprietà della parrocchia di Avacelli, era allora in condizioni di abbandono e l'interesse suscitato da questi studiosi non fu tale da promuovere un restauro. è negli anni '60 che l'iniziativa del parroco don Elvio Sforza riesce ad attuare un restauro salutare anche se discutibile in certe scelte fatte, è comunque agevole per l'osservatore distinguere le parti ricostruite (non poche) da quelle originali (non molte). L'edificio, orientato, è costruito con blocchetti di arenaria grigio-giallastra, ma sono stati anche impiegati blocchetti di pietra bianca, per lo più con finalità decorative (nel portale, negli archi, negli archetti ciechi ecc.). Consta della chiesetta vera e propria e di un ambiente sottostante al quale si accede attraverso un ingresso nel lato nord; questo ambiente, assolutamente disadorno e rozzo nella fattura (blocchetti di forme e misure diverse sommariamente squadrati con abbondante letto di malta), è stato ampiamente sistemato in tempi recenti dopo essere stato per secoli adibito ad ossario, e consiste in un vano largo circa m. 3,60 e profondo m. 5,70, diviso in due ambienti comunicanti da un muro dello spessore di cm. 42. Lo spessore dei muri si presume sia di cm. 100 sul lato sud e su quello ovest, e di cm. 130 su quello nord. Dato che il fianco nord è semplicissimo e non presenta nè modanature nè aperture, e l'abside è stata completamente rifatta durante i restauri, all'esterno gli elementi di interesse si concentrano nella facciata e nel fianco sud. La facciata è delimitata da due lesene poco aggettanti (circa cm. 5, lo stesso aggetto ha la zona mediana comprendente il portale; questo è estremamente semplice e presenta un archivolto a tutto sesto in conci di pietra bianca incorniciato da mattoni. Il primo concio sulla sinistra reca un graffito di difficile lettura, sia per i caratteri impiegati, sia perchè è stato inferiormente mutilato, sia soprattutto perchè la superficie è corrosa dal tempo; sicuramente il graffito contiene una data, infatti le prime lettere, che si leggono abbastanza agevolmente, dicono, "A(NNO) DO (MINI) M", ed è evidente che una interpretazione completa della scritta e in particolare della data costituirebbe un elemento molto importante ai fini della datazione. Sempre a proposito del portale va notato che è spostato di circa 15-20 cm. a destra rispetto al centro della facciata. Sopra l'ingresso è murata una lastra di pietra bianca con un bassorilievo rappresentante una croce greca astile tra sei palle: due in alto, una per lato, e quattro in basso, due sovrapposte da un lato e due dall'altro. Sopra questa lastra si apre un semplice occhio abbondantemente restaurato. Il fianco sud è visibile solo per un tratto della sua parte superiore, essendovi addossata la casa colonica, e in questo tratto si vedono l'archivolto di una monofora e alcuni archetti ciechi (di altri si vede la traccia); questi, in pietra bianca, sono di fattura estremamente accurata, molto aggettanti, con peducci piramidali sobriamente decorati, e corrono su una fascia formata da due filari di regolari blocchetti di pietra bianca. Questo elegante fregio ornava in origine tutto il fianco e probabilmente tutta la chiesetta. L'archivolto della monofora è in pietra bianca, a tutto sesto, con una leggera strombatura che termina in un archivolto a sezione circolare, dietro a questo si intravede l'archivolto della feritoia vera e propria. Per aprire questa elegante e luminosa monofora è stato modificato, o forse semplicemente distrutto (attualmente è comunque scomparso) l'archetto cieco sovrastante e questo indica chiaramente in questa monofora il frutto di un intervento posteriore assegnabile al secolo XIV o, più probabilmente, al secolo XV. All'interno la chiesetta consiste in una navata rettangolare (m. 4,60x8,30) terminante in un abside semicircolare (profonda m. 1,50) ed è divisa a metà da due semipilastri addossati ai muri laterali. Ogni semipilastro è fiancheggiato su ogni lato da due spigoli ai quali ne corrispondono altrettanti sulla parete d'ingresso e in quella absidale. Sugli spigoli più esterni poggiano due arconi ciechi su ogni lato, più uno nella parete d'ingresso e uno in quella absidale. Questi archi sono stati in gran parte ricostruiti durante i restauri e così pure il semipilastro sinistro, ma non ci sono dubbi sulla esistenza originaria di questi elementi, così come non ci sono dubbi sulla esistenza di un arcone trasversale intermedio e di due crociere che coprivano tutto l'ambiente; si tratta di una chiesa a navata unica divisa in due campate coperte con crociere, un tipo planimetrico semplice e reperibile altrove in Italia ed anche in un'altra chiesetta marchigiana. Va notato che gli archi del lato nord sono più profondi degli altri (cm. 40 invece di cm. 17 circa), se oltre a ciò si confrontano gli spessori dei muri del vano sottostante (circa cm. 130 il lato nord, 100 gli altri) e si osservano le caratteristiche costruttive del muro (assoluta assenza di aperture e soprattutto di modanature), si vede chiaramente come il muro nord sia stato ricostruito posteriormente spostandolo in fuori di circa 20-25 cm., e questo spiega perchè il portale non sia perfettamente al centro rispetto alla facciata ma sia spostato di circa 20 cm. verso destra. Sul lato destro si aprono due monofore con arco a tutto sesto, una in ogni campata e ambedue chiuse a circa 30 cm. di profondità, sono diverse per forma e, seppur leggermente, per posizione. La prima, spostata verso sinistra rispetto al centro della campata, è più larga dell'altra e presenta una leggera strombatura: è la monofora di cui si è parlato descrivendo il muro esterno e della cui datazione rispetto al resto dell' edificio si è già detto. L'altra monofora, spostata leggermente a destra rispetto al centro della campata, è un po' più piccola e presenta una strombatura più accentuata. Sempre su questo lato va segnalata la presenza di un affresco rappresentante la Madonna in piedi con il bambino in braccio nella prima campata e una porta centinata attualmente murata a 20 cm. di profondità nella seconda. A proposito della pianta dell'edificio va notato un elemento curioso, cioè la diversità fra lo spessore dei muri laterali, che è di circa cm. 65-70, e lo spessore del muro di facciata che è di circa cm. 90, di poco inferiore allo spessore dei muri del vano sottostante. L'elemento più interessante, quello per cui il Serra segnalò a suo tempo l' esistenza di questa chiesetta, è costituito dai capitelli. Trascurando alcuni frammenti inseriti recentemente nel semipilastro di sinistra (elementi decorativi, una croce greca) si tratta di tre capitelli, due nell'imposta dell'arco absidale e uno al sommo del semipilastro destro; inoltre al centro dell'arco trasversale che precede quello absidale è scolpito un quadrupede, forse un agnello. I soggetti sono quelli soliti della scultura romanica: nel capitello absidale sinistro tre figure di oranti, un'aquila, foglie lanceolate stilizzate; su quello destro una treccia con sotto grappoli di uva, due funi incrociate sovrastanti una testina ancora una treccia con sotto due basilischi, una fune con motivi geometrici; nel capitello del semipilastro un quadrupede posto verticalmente, una testina, motivi vegetali stilizzati (foglie lanceolate, viticci) e superiormente una treccia. A proposito di questi capitelli il Cardelli notava "sensibili richiami alle sculture dei pilastri della prossima chiesa di S. Croce in Sassoferrato" ma la tecnica rozza "e particolarmente la mancanza di un coordinamento organico delle diverse parti scultorie potrebbe riportarci al secolo precedente se non fosse più attendibile l'ipotesi di una imitazione dovuta a una mano di un artefice mediocre". (Penso che un confronto attento con le sculture di S. Croce convalidi senz' altro questa seconda ipotesi, molti sono infatti i motivi simili se non identici: l'aquila, i grappoli d'uva, i basilischi (a S. Croce sono sul portale), le funi, vari motivi decorativi; ma in particolare per il capitello del semipilastro è possibile trovare un riscontro quasi speculare in un capitello di S. Croce, esattamente in quello sul semipilastro a destra dell'abside centrale. Simile è la forma costituita in ambedue i casi dal capitello vero e proprio sovrastato da una specie di pulvino dalla forma piuttosto schiacciata, simile è l'organizzazione dei motivi decorativi: una fascia di foglie lanceolate, poi due viticci che nascono dal centro e, spartiti da una rosetta svolgono la spirale fino allo spigolo del capitello, infine sul pulvino un motivo floreale sovrastato da una treccia; diversa è evidentemente la mano. Il lapicida di S. Ansovino stilizza e semplifica in parte il modello (elimina per esempio le testine mostruose agli angoli, dispone su un'unica fila invece che su due le foglie lanceolate), e insiste più sul calligrafismo dei motivi decorativi che sulla resa plastica dei vari elementi, è evidente insomma che non è assolutamente all'altezza di chi ha scolpito le decorazioni dei capitelli e del portale di S. Croce "dei Conti" di Sassoferrato. La costruzione di questa chiesa va assegnata agli anni attorno al 1170 e ritengo che questa data possa costituire il termine "post quem" per circoscrivere cronologicamente il tempo in cui venne edificata nelle sue linee fondamentali la chiesa di S. Ansovino che vediamo attualmente. Più difficile è stabilire un preciso termine "antequem", tenendo conto dell'ottima fattura e dell'eleganza degli archetti ciechi, dello spessore piuttosto modesto, anche per una chiesa di queste dimensioni, dei muri laterali, penso che questo vada collocato senz'altro nel duecento, e forse nel duecento molto inoltrato. Successivamente si ebbe, come già detto, un rimaneggiamento nella prima campata a destra con apertura della monofora. e, in epoca posteriore, dopo il crollo delle crociere (terremoti del sec. XVIII?), la ricostruzione del muro nord. Cosa ne è stato della chiesa che sicuramente già esisteva nel sec. XI? Forse quello che resta in questa chiesa va individuato nei muri del vano sottostante e nella parte inferiore del muro di facciata comprendente il portale, se ne spiegherebbe così l'eccessivo spessore. Tutte queste che ho fin qui esposte sono ipotesi, pur fondate il più rigorosamente possibile sull'analisi dell'edificio, e quindi potranno, alla luce di ulteriori indagini, essere in tutto o in parte convalidate o scartate, quello che è certo è che la chiesa di S. Ansovino, come del resto moltissimi edifici medioevali, è estremamente problematica dal punto di vista costruttivo. Risolvere questi problemi vuol dire scoprire pagine di storia locale - non solo architettonica o artistica - decisamente interessanti.

Rivio Lippi
tratto dal Notiziario della Banca Popolare delle provincie di Ancona e Macerata "L' Esagono" anno III numero 12 quarto trimestre 1981.

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Il territorio in cui è situata la chiesa di Sant’Ansovino acquista la sua importanza durante l’alto Medioevo, quando i Longobardi del Ducato di Spoleto crearono, nella zona di confine con i Bizantini, un loro gastaldato con centro in “Castellum Petrosum” (l’attuale Pierosara) nella cui orbita gravitavano la conca di Fabriano e tutta l’alta valle del Misa. La piccola valle del fosso Fagiano veniva a trovarsi al centro dei traffici tra una valle e l’altra, testimoniati tra l’altro dall’esistenza del vicino toponimo medievale “Pian dell’Ospedale“. La chiesa di Sant’Ansovino viene fondata, probabilmente, tra il X e l’XI secolo, anche se solo dal 1082 se ne hanno notizie certe.
Nel 1199 figura dipendente dall’Abbazia di Sant’Elena dell’Esino, trasferita poi da questa ad un ordine cavalleresco rimasto sconosciuto. Nelle “Rationes decimarum” risulta appartenente alla magione templare di Pian dell’Ospedale e tassata per la rilevante somma di 45 soldi. Nel 1308 papa Clemente V ordina ai Vescovi di Jesi e di Fano di inquisire contro i Templari presenti nelle loro diocesi, tra i quali quelli appartenenti alla “magione di S.Ansovinii “ della fossa de l’omo morto. La chiesa è stata più volte rimaneggiata nei’ secoli XIV e XV. Parrocchia dal 1376 al 1520 e successivamente dipendente da S. Lorenzo di Avacelli, S. Ansuino fu officiata sino verso la metà del XIX sec. Restaurata e riaperta al culto negli anni Novanta del XX sec. ha recuperato tutta la sua suggestione di luogo di culto dell’alto medioevo dalle forme austere e semplici di antica sacralità. Della struttura originaria restano la facciata, un vano sotterraneo destinato ad ossario ed una serie di capitelli, che si riallacciano alla tradizione longobarda, posti all’interno dell’unica navata.

Facciata
La facciata appare tripartita verticalmente da un leggero aggetto della parte centrale che comprende: il piccolo portale con arco a tutto sesto, la nicchia contenente una lastra di pietra scolpita di matrice templare (a cui rimanda l’iconografia simbolica della croce astile circondata da sei sfere), la finestra circolare sovrastante.
La parete destra, su cui si appoggia una più recente casa colonica, sembra conservare alla sommità l’originale decorazione ad archetti pensili di stile lombardo e due monofore, solo parzialmente visibili.

Interno
L’edificio è ad un’unica navata, terminante in un’abside semicircolare, con una copertura a capriate ma originariamente lo spazio interno era diviso in due campate sormontate da coperture a crociera, come testimoniano i semipilastri addossati alle pareti laterali interne. Ed è proprio su questi pilastri e su quelli della doppia arcata absidale che ci si disvela il vero e autentico tesoro di S. Ansovino: i capitelli rozzamente scolpiti in tutta la loro primitiva e arcaica potenza riconducibili a maestranze barbariche locali dell’VIII sec. paragonabili all’Altare di Ratchis a Cividale del Friuli o la lastra di Ferentillo nella più vicina Terni, opera autografa di Ursus Magister.
Assai pregevole all’interno la decorazione dei capitelli. Su quelli alla sinistra dell’abside sono rappresentate figure di oranti, la cui tipologia è tipica dell’arte alto medioevale delle aree ad influenza longobarda. Di particolare interesse la figura centrale femminile rappresentata con orecchini e corona, certamente di rango regale. A questa si contrappone nei capitelli collocati alla destra dell’abside una figura maschile anch’essa coronata. Due personaggi regali, protettori forse della chiesa. Accanto alla figura femminile si erge un’aquila maestosa simbolo di potenza e nobiltà. Queste figure coronate, caso unico nella zona per l’arte romanica, come altri elementi decorativi potrebbero però derivare da materiale di reimpiego appartenente ad altro edificio religioso più antico. Sulla parete destra della chiesa, entrando, è conservato un interessante affresco raffigurante la Madonna con il Bambino, databile tra la fine del XV sec. e gli inizi del XVI sec., di scuola umbro marchigiana.

Leggenda
La chiesa di Sant'Ansovino (S. Ansuino) di Avacelli è sicuramete la più suggestiva del territorio. I primi documenti che la citano risalgono al 1082 (ma sicuramente già esistente nel 900) e narrano di un possedimento longobardo donato all'Abbazia di San Vittore. Successivamente, pare sia stata annoverata nei possedimenti di alcuni membri dell'ordine Templare (a testimoniarne la presenza dell'ordine vi è all'ingresso della chiesa la croce astile con sei palle).
La chiesa stessa (completamente isolata alle pendici di un monte), la presenza di sentieri d'epoca longobarda che la collegano a un altro importante insediamento longobardo e il fatto che tutta la zona fosse a confine fra il ducato longobardo e i territori bizantini della Pentapoli, come pure le testimonianze di costanti e continui insediamenti di ben più antiche civiltà, hanno di certo contribuito a creare numerose e affascinanti leggende attorno a tutta la zona. La gente del posto racconta che, di Sant'Ansovino si dica che “Vale più Sant'Ansuino de' fossi che San Pietro”. Si narra, infatti, di un antico tesoro sepolto sulla vetta di un monticello poco distante da Sant'Ansovino, a cui si arriva tramite un sentiero. Molte sono le ricerche e gli scavi fatti nel corso del tempo, tanto che sono ancora visibili, seppur oramai seminascoste dalla vegetazione, alcune grandi buche scavate durante le varie spedizioni. In particolare, Vittorio Cesaretti, custode delle chiavi della chiesa e della memoria del paese, racconta di un gruppo di gente che pare fosse realmente riuscita a trovare qualcosa. Tuttavia, non appena dissotterrato il bottino, si presentò un ragazzino che disse loro: “Rimettete tutto al proprio posto, perché se si sveglia il nonno, saranno guai!”. Appena terminata la frase, il ragazzino sparì, seguito da una sorta di tromba d'aria che trasportò lontano tutti gli avventori tranne uno che, da quel momento però, perse completamente salute e ragione.
Altra storia, ben più credibile, riguarda un contadino che per un certo periodo ha dimorato nella casa seicentesca adiacente la chiesa, vecchia proprietà dei preti. Costui di fatti, incuriosito dai numerosi racconti, aprì a metà la croce astile posta subito sopra il portale d'ingresso della chiesa (è ancora visibile la spaccatura fatta) convinto di trovare lì, il tanto discusso tesoro. Non trovò l'oro, ma è certo che vi trovò una pigna in terracotta. Altre storie, riguardano il fosso subito sotto Sant'Ansovino detto “dell'omo morto”. Lo stesso nome del fossato e non è ben chiaro se derivi dal fatto che, molto tempo addietro, un tale di ritorno da una serata di bagordi, cadde nel fiume all'altezza di un mulino (di cui oggi sono visibili solo alcuni resti) morendo annegato, o se sia per via di per altre oscure faccende. La zona, comunque, è ricca di chiese antichissime come, ad esempio, i ruderi de le “Piagge” zona questa, dove addirittura sembra sia stata posta la prima pietra dell'insediamento del castello di Avacelli, di strade e vie un tempo di grande importanza, anche se oggi tornate di dominio della natura (ne è un esempio il “Ponte romano”, oggi percorribile solo a piedi).
di Laura Coppa

Arcevia: il restauro della chiesa di San Ansovino di Avacelli

18/06/2010 -
La chiesa di S. Ansovino presso Avacelli di Arcevia è l’edificio religioso più antico della valle del Misa, ed una delle tre chiesi di origine altomedievale esistenti nella diocesi di Senigallia. Per quanto modificata e rimaneggiata nel tempo, conserva l’impianto originario insieme a molti elementi architettonici del romanico, fra cui una serie di interessantissimi bassorilievi in pietra che rimandano allo stile della scultura altomedievale propria delle aree di influenza longobarda. Dal punto di vista storico costituisce una importante testimonianza della presenza camerinese nell’alto Misa legata all’insediamento di popolazioni longobarde nel sec. VII nella valle del Sentino: nei suoi pressi corre tuttora un antico percorso che collegava la valle del Misa all’alto Esino. Dopo il restauro eseguito negli anni ’60 l’edificio non ha subito più alcun intervento e se non fosse per l’uso annuale che ne fanno i residenti in occasione della festa del santo sarebbe di fatto abbandonato: oltretutto il vano sottostante la chiesa adibito ad ossario è aperto ad ogni vandalismo e vi è addossata il rudere di una casa rurale. Ma a preoccupare in questo momento non è tanto lo stato della chiesa, quanto il rischio di privatizzazione di fatto dell’area, che farebbe inevitabilmente di un monumento così importante l’appendice di residenze private. Il rischio esiste ed è legato alla vendita da parte della curia arcivescovile di Camerino dell’annesso agricolo vicino alla chiesa e alla possibile cessione anche della casa in rovina addossata allo stesso edificio. Il forte valore simbolico e storico che riveste la chiesa trae significato proprio dal il suo isolamento in mezzo ad una natura rigogliosa, con il corso d’acqua che corre nei suoi pressi, l’antico percorso montano che la collegava a Camerino, il verde e il paesaggio che la circondano. E quindi è di fondamentale importanza conservare integro questo contesto naturale, affinché la chiesa possa mantenere il suo valore monumentale e le suggestioni storiche di cui è portatrice, senza altri volumi a fare da schermo e senza altre presenze destinate inevitabilmente a disturbare la quiete e l’isolamento del luogo e a sottrargli spazio vitale. Perciò si chiede un provvedimento urgente che mantenga l’integrità dell’area e la sua fruizione pubblica, evitando ogni operazione di privatizzazione e l’avvio di un percorso di recupero con la partecipazione di tutti gli enti interessati dall’Arcidiocesi di Camerino alla parrocchia di Avacelli, dal Comune di Arcevia all’Ente Parco Gola della Rossa e di Frasassi, alla Provincia, alla Regione. Ci sembra la sola strada per salvare l’integrità di questo monumento e dell’area circostante.
da Virginio Villani - Italia Nostra-gruppo di Senigallia

Ansovino di Camerino
Nacque a Camerino da una famiglia di origini longobarde all’inizio del IX secolo. Studiò a Pavia, dove divenne ancora giovane consigliere e guida spirituale dell’imperatore Ludovico II, ma intorno all’anno 850 tornò a Camerino come successore del defunto vescovo. In un primo tempo rifiutò la carica: infatti all’epoca era il vescovo a guidare l’esercito in guerra e secondo la tradizione Ansovino ripudiava la violenza. Ottenuto da Ludovico II di non impugnare le armi, andò a Roma per essere consacrato vescovo da papa Leone IV e affidato alla città di Camerino di cui diventò patrono. Tornò a Roma nell’861 in occasione del Concilio indetto da papa Niccolò I. La tradizione vuole che fosse particolarmente generoso verso i più poveri e che si propose come paciere tra le diverse fazioni. Convinse i signorotti locali ad aprire i propri granai per gli affamati in tempo di carestia e visitò continuamente le altre comunità, rafforzando l’unione con il suo clero. Fu colto da un malore in viaggio e, appena tornato a Camerino, si spense circondato dai sacerdoti. Secondo la tradizione le sue ultime parole invitavano i fedeli alla Carità vicendevole.


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