INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Marche
Provincia: Macerata (MC)
Comune: Serravalle di Chienti
Localita' o frazione: San Martino
Nome bene: Eremo della Madonna del Sasso

Cenni storici

Eremo della Madonna del Sasso - Serravalle di Chienti (MC)

Prefazione
In tutte le religioni esistono i santuari in grotta. Il loro fascino conduce al silenzio e al distacco dal vano, conduce a concentrare nel sacro che è il fine del Santuario. S. Maria del Sasso, a San Martino di Serravalle del Chienti ha due lati in muratura per chiudere i due "nel sasso", come dice il titolo. Una fioca luce entra dalla porta d'ingresso e dalla finestrina laterale all'altare, fioca ma rompe il fascino del buio caro alla civiltà eremitica. Fedeli, che furono tanti nel passato, ed eremiti che si passarono ininterrottamente la custodia del santuario, sostituirono la distrazione provocata dalla fioca luce con fitte elevazioni e con opere della fede: processioni dai paesi dell'altopiano, canti venuti da lontane tradizioni, rosari mormorati nel latino di chi non sa il latino, ma ne conosce l'attento affidamento ai santi, alla Vergine, all'Eterno. A ricordare quelle preghiere par che dicano: noi non sappiamo le parole e il loro senso, ma voi si. Fu così che fedeli e romiti fecero scolpire sulla pietra la Madonna del Sasso e dipingere sul Sasso e sugli intonaci i Santi, altre Madonne, i morti nel momento del "giudizio". V'imploravano (la preghiera è richiesta); a loro confidavano la propria fede e si affidavano. Tra il Trecento e Quattrocento riempirono il santuario di immagini sacre. Furono i secoli di maggiore vita del santuario non mancò certamente l'ingenuità. Soprattutto nell'affresco del "Giudizio universale" concepito più nella lettura della "Divina Commedia" che della Bibbia. Oggi la elevazione sociale ha sradicato tutto l'ingenuo carpendo anche ciò che è sostanza: il rapporto filiale e paterno con il Creatore-Giudice, con la Vergine, i santi, i morti. Brutto è che abbiano rubato la statua; il santuario sia di fatto chiuso; le immagini restate non sono più sacre, ma solo "opere d'arte". Il giorno che veniste nel mio studio con i professori Anna Cimarelli e Adriano Gazzana (ricordate ?) parlammo di cultura ma anche di fede, parlammo del santuario della Madonna del Sasso.
Don Antonio Bittarelli

Presentazione
Questo opuscolo è il risultato di una ricerca storica, realizzata dagli insegnanti e dagli alunni della classe III della Scuola Media "C. Federici" di Serravalle di Chienti, sede staccata di Camerino, nell'ambito del progetto: "La scuola adotta un monumento". Oggetto d'indagine è stata la chiesetta eremitica della Madonna del Sasso, uno dei santuari più suggestivi dell'Alto Maceratese, edificato sulla nuda roccia. Indubbia la valenza educativa e didattica del lavoro, se si tiene conto che "adottare un monumento" significa far comprendere all'intera collettività e, in particolare ai giovani, l'importanza della conoscenza e della tutela del patrimonio storico-artistico, valorizzando il passato e scoprendo un legame con esso. Un ringraziamento agli insegnanti e agli alunni, che hanno profuso impegno e buona volontà nel portare a termine il lavoro, insieme all'auspicio che questo progetto possa realmente contribuire ad un restauro della chiesa con i suoi affreschi.
C. Mario Chiucchiuini

Introduzione
La classe III E della Scuola Media "C. Federici" di Serravalle di Chienti, sezione staccata di Camerino, ha aderito all'iniziativa "La scuola adotta un monumento", realizzando un progetto incentrato sulla conoscenza approfondita del santuario di S. Maria del Sasso, una modesta chiesa in stato di abbandono, ubicata nei pressi di S. Martino di Serravalle e dedicata alla Madonna. Si è pensato a questo santuario "minore" perché, sebbene molto venerato dalla comunità di S. Martino, è quasi ignorato dalla maggioranza degli abitanti di Serravalle e in avanzato stato di degrado, soprattutto per quanto riguarda gli affreschi. Il progetto si è concluso con la stesura di questo opuscolo contenente cenni storici sulla chiesa, gli affreschi, l'autore, insieme ad un atlante fotografico. Scopo primario è stato quello di far apprezzare ai ragazzi e ai cittadini una chiesa poco conosciuta, sollecitando le autorità competenti a provvedere ad un restauro conservativo. Si auspica che il lavoro possa servire a rendere gli alunni più consapevoli dell'importanza di conoscere e far conoscere i beni storico-artistici del loro territorio, apprezzandoli e tutelandoli. Dall'opuscolo si è passati alla realizzazione di un ipertesto, cioè di un ambiente di autoapprendimento dove l'utente ha l'opportunità di definire autonomamente l'itinerario di studio e di attività. E' stato realizzato un testo didattico, rivolto allo sviluppo della ricerca d'ambiente e destinato ad alunni di Scuola Media. Fonti principali di questo ipertesto sono stati disegni e testi elaborati dagli alunni, fotografie realizzate direttamente dagli autori, testi ed immagini tratte da libri e documenti vari. Inoltre, a fine anno, è stata allestita una mostra con disegni, a pastello e sanguigna, dipinti su terracotta e vetro, sbalzo su lamine di rame, riproducenti gli affreschi della Madonna del Sasso. Il santuario della Madonna del Sasso è situato ad ovest di S. Martino, incastonato nella montagna serravallese, su uno scoglio roccioso che digrada verso il sottostante torrente Menotre. La sua denominazione deriva o dalla statua in pietra raffigurante una Madonna ivi venerata, trafugata anni fa, o dalla roccia che gli fa da pavimento. Venne costruito nel sec. XIV, anche se gli studiosi non concordano sulla esatta data di erezione (Bittarelli Ia metà del secolo, Feliciangeli IIa metà). Fino a cinquant'anni fa era custodito da un eremita, di nome fra' Giuseppe, che abitava in un appartamento, adiacente alla chiesa, di due stanze sovrapposte; l'eremo, oggi del tutto inagibile, nella parte inferiore, conserva ancora una stretta monofora originaria. La chiesa presenta un portale in stile gotico, formato da conci in pietra calcarea, una struttura modesta, dai caratteri architettonici piuttosto semplici, che la fanno annoverare tra i santuari "minori", umili opere di maestranze locali. La popolazione vicina vi si recava in pellegrinaggio, il giorno di Pasqua e le domeniche di maggio, fino agli anni cinquanta del nostro secolo, periodo in cui si era conservata anche la pratica del pellegrinaggio sostitutivo con l'invio, dietro oblazione da parte del committente, di sette ragazze guidate da una donna sposata, per chiedere la grazia a favore del committente. Una volta entrati, di fianco al portale, sul lato sinistro, si osservano due immagini di S. Cristoforo, di varia grandezza, ed una di S. Bernardino da Siena. Secondo una antichissima credenza popolare, colui che, uscendo, avesse guardato la figura di S. Cristoforo, per quel giorno, non sarebbe morto di morte improvvisa. Sulla parete destra si notano affreschi votivi, che forse portavano in basso il nome dei committenti. Si inizia con una Madonna di Loreto, tra San Bernardino e San Onofrio, raffigurata con il bambino in mano e posta dentro un tabernacolo sorretto da due angeli. L'opera, probabilmente del '400, è condannata a sparire a causa della progressiva caduta dell'intonaco. Più avanti appaiono altri immagini di santi di cui due San Sebastiano di diversa grandezza. Segue l'altare di S. M. Maddalena con una tela degli Angelucci (XVI sec.), che raffigura una Crocifissione e la Maddalena, oggi non più presente. Al di là di un breve arco a sesto semicircolare, chiuso da una cancellata lignea a graticci, c'è il presbiterio, piuttosto angusto, che contiene l'altare maggiore, un po' sopraelevato. Al di sopra della cancellata, è dipinto l'Eterno Padre, forse opera di Fabio Angelucci, originario di Mevale di Visso. Sulla parete che all'esterno è rivolta verso Nord, sono dipinte invece tre figure di santi, delle quali quella di mezzo rappresenta forse S. Antonio abate. Subito sotto, si trovava una scritta in caratteri gotici, recante la data 1496, oggi non più leggibile del tutto. Continuando sulla stessa parete dell'abside rettangolare, a sinistra di chi guarda, si nota una prima immagine, ormai sbiadita, che rappresentava forse S. Antonio da Padova, con un lupo legato ad una corda; più avanti si può osservare un S. Antonio abate, effigiato anche sulla parete meridionale e nell'intradosso dell'arco di quest'ultima. Sopra al primo S. Antonio si legge, ancora, in caratteri gotici, "M. Petrus Angelili". A questo maestro, contemporaneo del Bontulli, quindi nato tra il '400 e il '500 in uno dei castelli di Percanestro e Rocchetta, forse si debbono assegnare gli affreschi con la data 1496. Nell'intradosso della porticina, che si apre sulla parete meridionale, si osserva, di fronte al S. Antonio, un S. Venanzio con la città di Camerino in una mano e la bandiera nell'altra. Non si conosce l'autore, ma un S. Venanzio della stessa mano si trova nella chiesa di S. Francesco di Pontelatrave.

Il giudizio universale
La parete sinistra, invece, ospita la sinopia di un grande affresco, di m.7x4 che rappresenta il Giudizio Universale e che risale alla metà del sec. XV. L'opera, a causa dell'umidità, è stata distaccata dalla parete, restaurata ad Urbino e trasferita nella chiesetta di S. Martino, appositamente costruita negli anni 60. Dopo l'evento sismico del settembre 1997, l'affresco è stato portato nei locali della Curia di Tolentino. Gli studiosi non sono concordi sull'attribuzione dell'affresco: il Serra lo attribuisce a Morale da Fermo, il Marucci a Pier Paolo da Fermo, il Todini a Cristoforo di Jacopo di Marcucciora. L'affresco è diviso in tre fasce parallele; nella zona inferiore, particolarmente rovinata, a sinistra di chi guarda, è rappresentata la resurrezione dei morti, come si deduce dalla figura chinata che emerge dal sepolcro. Seguono, poi, gli eletti che salgono la china di tre monticelli, posti uno vicino all'altro. Si osserva una prima figura, con una corona di fiori e con le braccia protese, poi si notano tre anime che sembrano emergere da una specie di recipiente di legno, lambite qua e là dalle fiamme e sormontate da una figura di donna che cade dall'alto a capofitto ed ha il viso nascosto dai capelli rovesciati. Si scorgono, infine, altre anime nude strette da nodi o serpi che partono da due demoni dei quali si vedono le zampe pelose. Subito dopo è rappresentato Lucifero di cui il Feliciangeli distingueva ancora le zampe, ma non più il volto. Oggi, a malapena, si scorgono gli artigli che sembrano schiacciare due putti, il primo volto verso terra, il secondo supino. A sinistra di Lucifero, una volta, appariva un altro demonio di dimensioni minori. Sopra quest'ultimo, un po' a destra, era visibile un arcangelo che cacciava i malvagi nell'inferno, con accanto un pontefice e un re, scena ormai persa dei tutto a causa della caduta dell'intonaco. Più a destra, in basso, è possibile scorgere, con grande difficoltà, quattro anime, le une vicine alle altre, mentre un po' più in alto è visibile un gruppo di tre anime. Tutto ciò è quello che resta dell'inferno dipinto dall'autore sotto forma del solito cono rovesciato, dove, tra le fiamme, si accalcano le anime disperate. Quindi le scene rappresentate nella fascia inferiore sono tre: la resurrezione dei corpi, l'ascesa degli eletti e l'inferno. Un po' sopra all'anima dal capo cinto di fiori si leggeva una scritta, ora non più visibile, che diceva: "Al Paradiso andate", scomparsa per la caduta dell'intonaco. La fascia mediana è divisa, in senso verticale, da una porta chiusa dipinta nel mezzo, davanti alla quale stanno in piedi S. Pietro e S. Paolo, questo con la spada nella mano destra, quello con la mano sulla chiave della porta del Paradiso. Alla destra di S. Pietro appaiono molte figure maschili e femminili in costumi del Quattrocento, alcune dritte, altre genuflesse e in atteggiamento di preghiera e di attesa della beatitudine vicina. Le anime, ripreso l'abbigliamento della vita terrena, aspettano la gioia eterna in una specie di antiparadiso, sotto un pergolato di rose. Tra le figure genuflesse si vedono un pontefice e un vescovo. Questa parte dell'affresco è particolarmente viva e testimonia la cura posta dal pittore nel rappresentare gli abbigliamenti delle figure, diversi l'uno dall'altro e riproducenti appunto abiti di foggia quattrocentesca. Anche le anime spiccano per la rara bellezza dei volti e per la grazia degli atteggiamenti. Oltre la porta, a destra di chi osserva, inizia il Paradiso come si capisce dalle figure aureolate. Al centro della zona superiore risalta il Redentore tra una corona di serafini, fiancheggiata da una schiera di angeli, beati e santi. Alla sinistra di Cristo si riconosce S. Giovanni Battista, a destra si distingue un angelo inginocchiato, vestito di bianco, recante la scritta: "Venite benedicti patris mei, percipite regnum quod vobis est paratum". Di seguito si osservano la Vergine, adorata da un angelo, due angeli che suonano le tube e un altro che porta la croce. Anni fa, prima che l'acqua piovana facesse scempio dell'affresco, forse si poteva vedere accanto al Cristo l'angelo che spiegava il rotolo del cielo stellato. Nella rappresentazione del giudizio universale della Madonna del Sasso si notano elementi della tradizione iconografica bizantina, come la distribuzione di tutto il quadro in tre zone orizzontali, la porta del Paradiso, la presenza della Vergine e del Battista ai lati di Cristo. Invece la figura di Lucifero sarebbe un indizio della tradizione occidentale in quanto introdotta da Giotto, nella rappresentazione del giudizio finale, con il compito di divorare o tormentare le anime. Le anime di questo inferno, poi, oltre a mostrarsi disperate, guardano tutte in alto più con speranza che con dolore e questo può spiegarsi con il fatto che l'autore abbia voluto raffigurare anche i dannati nell'atto di rendere omaggio a Cristo e alla Vergine. Sotto l'affresco doveva essere indicato il nome dei committenti e del maestro, oltre alla data, poiché si scorgono tuttora le lettere a.D. (anno domini).

Le varie attribuzioni
Secondo Luigi Serra, autore del "Giudizio universale" fu Morale da Fermo, pittore e stuccatore nativo di Fermo, della cui vita abbiamo poche notizie. Da quanto ci riferisce il marchese Amico Ricci nell'opera: "Memorie storiche delle arti e degli artisti della Marca di Ancona", Morale da Fermo si trovava a Roma, insieme a Vincenzo Pagani, quando, quest'ultimo, imparava dal Sanzio. Sempre secondo il Ricci, di Morale si avevano dipinti e stucchi della chiesa di S. Agostino di Fermo, andati poi distrutti in successive ristrutturazioni. Al Morale, fu attribuito anche un Crocifisso, che rimase lungo tempo nell'aula dei palazzo municipale. Di notevole pregio una sua tela esistente a Fermo, nella chiesa di S. Francesco, raffigurante la Visitazione di S. Elisabetta. Il Ricci asserisce che la "troppa vivacità usata dall'artista in qualche parte del dipinto illanguidisce per necessaria conseguenza le altre". Sempre a detta del Ricci, il Morale sapeva dipingere abilmente i fabbricati, uno dei quali, meraviglioso, si scorge nello sfondo della sopraddetta tela. Se è vero che Morale studiò col Pagani, "al Pagani rimase inferiore, o non osservò i precetti che aveva attinti dalla scuola da cui dicesi derivato". Sono attribuiti a Morale pure la pala, sita sull'altare maggiore della chiesa di S. Maria dell'Umiltà di Fermo e gli stucchi che ancora l'adornano. Da ricordare, anche, le pitture dell'altare e della volta della sacrestia della chiesa di S. Francesco. Secondo il Laudi, anche la tela raffigurante la Deposizione nella chiesa di S. Oreste a Casavecchia, presso Pievetorina, sarebbe da attribuire a lui. Il Marucci assegna il grande affresco della Madonna del Sasso a Pier Paolo da Fermo, pittore attivo nelle Marche e nell'Italia centrale nella seconda metà del XV secolo. L'affresco richiama il Boccati, soprattutto nella teoria angelica rappresentata nell'ordine superiore. L'unico dipinto autografo di Pier Paolo è dato dalla decorazione absidale di Santa Maria della Filetta (Amatrice), firmata e datata 1480, dove si rivela tanto differente e superiore all'autore del "Giudizio Universale" da metterne in dubbio l'attribuzione. Anche l'opera firmata ricorda il Boccati, soprattutto nella rappresentazione degli angeli musicanti, tuttavia il divario tra i due affreschi è tale da supporre o due diversi artefici o un lungo intervallo di esecuzione. Il Verani, studioso di Pier Paolo da Fermo, ipotizza che l'artista abbia attinto alle fonti rinascimentali fiorentine, attraverso i pittori camerinesi. Tra le altre opere attribuitegli, si ricordano un "S. Sebastiano" custodito nella chiesa di S. Agostino a Fermo ed alcuni affreschi, del 1466, nella chiesa di S. Maria, a Torre S. Patrizio (AP). Oggi, lo studioso Filippo Todini attribuisce il "Giudizio Universale" a Cristoforo di Jacopo di Marcucciora, pittore documentato a Foligno dal 1453 al 1502, seguace di Bartolomeo di Tommaso, influenzato da Niccolò Alunno. Sostiene questa tesi nell'opera: "La pittura umbra dal Duecento al primo Cinquecento", pubblicata in due volumi a Milano nel 1989, opera che ha ricevuto il premio Salimbeni 1990 di San. Severino Marche.

Tratto da "Il Santuario di S. Maria del Sasso" - Scuola media statale G Boccati Camerino - Sezione di Serravalle di Chienti.


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