INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Marche
Provincia: Macerata (MC)
Comune: Sarnano
Localita' o frazione: Valcaiano
Nome bene: Eremo di Roccabruna - Sarnano (MC)

Cenni storici

Eremo di Roccabruna - Sarnano (MC)

Capitolo XXXVII ROCCABRUNA
Quando i "Penitenti d'Assisi" non invadevano nidi benedettini (esempio tipico la Porziuncola), "nidificavano" accanto alle rocche feudali. La Verna, infatti, è a due chilometri dal Castello di Chiusi, e, Roccabruna, è a due chilometri dal Castello dei Brunforte. I feudatari erano fieri di ospitarli nelle loro terre, ricche di selve, e di divenirne l'ala protettrice. Senza questo gesto, il nome del Conte Orlando avrebbe perduto senso come l'hanno perduto gli archi possenti del suo palazzo diroccato che non sanno più qual mole sostenere; e quello dei Brunforte avrebbe l'aspetto anonimo e desolato di quella petraia, un giorno nido d'aquile imperiali, la quale, oggi, non sa più difendersi neppure dall'erba che le cresce addosso e la cancella. Roccabruna sorge su una collinetta boscosa, a faccia a faccia col castello, il quale nè "sta" nè "minaccia", per usare una immagine carducciana: smantellato, in parte, dai Sarnanesi nel 1305 (che impeto in questi giovani comuni!),il tempo ha fatto il resto. Ma per gli umili frati di Roccabruna, non minacciava neppure quando era in piedi. C'era, anzi, una intesa tra le due colline, una specie di discorso fraterno, in grazia del quale la vallata che li separava sembrava farsi più piccola; soprattutto dopo che vi nacque, in mezzo, una chiesina intitolata al Poverello, quasi monumento commemorativo dell'antica confidenza. Simpatici questi "maiores" che si livellano per "contagio" d'umiltà, agli strani "minores" del buon Dio! Come leggere senza commozione certi antichi documenti testamentari in cui i Brunforte, morendo, raccomandavano, sistematicamente, agli eredi, il conventino di Roccabruna colla gelosa premura con cui si raccomanda una perla rara del proprio "tesoro" familiare? Ed era davvero una perla rara se si pensa alla rara fortuna di essere nato da una puntata personale del Poverello (1215) venuto dalla vicina Umbria in compagnia d'un frate rimasto famoso per non aver saputo cogliere, di primo acchito, Gesù in un povero. (Un cencioso, sbucato, probabilmente, da uno di quei tuguri che s'ammucchiavano, a modo di borgo, attorno al castello brunfortiano!). Al suo arrivo, la collina dove sorgerà Sarnano era già occupata: sulla cima, un oratorio di monaci; sui fianchi, il fumo lento di qualche casa colonica; alla base, casolari più fitti e vivaci di operosità artigianale: vagiti del futuro comune. Silenziosa di voci e boscosa era, invece, la collina di Roccabruna. Dovette subito piacergli per quel raccolto clima di solitudine che la rendeva, come La Verna, "atta a contemplare", e non dovette esitare molto ad accettare, dai munifici Signori, "la gentile profferta". Oggi, sulla collina, è rimasta una chiesetta (intitolata a lui e còn una lapide che ne ricorda il soggiorno) ristrutturata nel Seicento e inglobata nella parte superstite dell'antico convento il quale, agli occhi dell'autore Fioretti, fu un "luogo piccolo" anche quando era intero, tanto è vero che i frati "per necessità" erano costretti a dormire "in capoletti", vale a dire per terra! C'è ancora il bosco, intorno, le cui piante è impossibile che non discendano da quella "silva Brufortii" che dovette piacere all'autore degli "Actus" (A.73,17) e il cui silenzio è rispettato perfino dalle cornacchie, dal giorno in cui Frate Simone d'Assisi le dichiarò ospiti sgradite (Fioretti,XLI). Un bosco che, forse, suggeriva, colle intricate ramature, quel clima fiabesco che piace ai bambini, dal momento che il "fanciullo fraticino" del diciassettesimo capitolo dei Fioretti, giunge a legare la propria corda con quella del Poverello per potervi andare di notte, quando la fiaba è più misteriosa. Fortunata "silva Brufortii" che ti incendiasti d'estasi come quelle della Porziuncola e di Forano, e stordisti di dolcezza sovrumana i tuoi notturni oranti: sia il fraticino che per la "luce mirabile la quale attorniava santo Francesco (...) cadde in terra tramortito", sia il Poverello stesso che avvertì il fanciullo giacere nella via come morto, non cogli occhi, ancora bruciati di paradiso, ma "coi piedi". Se le fiabe fossero vere, le rigide querce, abituate solo alle fervide cacce dei castellani, si sarebbero sciolte in stupori senza fine nel vedere con che tenerezza il Santo "si levò in braccio (questo bambino) e riportollo a letto come fa il buon pastore con la sua pecorella". Non sappiamo ove sorgesse la "celluzza" ove soleva "porsi in orazione", ma ai tempi di Fra Tommaso da Vallato doveva esistere, e la santa "selva ch'era presso al luogo", doveva esserne tutta fragrante. Chissà,quante volte questo frate, nato a pochi passi dal conventino, e "pescato" tra quei tuguri dal Poverello, l'avrà guardata e forse anche adoperata, di ritorno dai suoi lunghi giri di predicazione, quando il cuore cerca il silenzio per ricaricarsi di Cielo! Quando l'"aquila" pose termine ai suoi voli, forse desiderò spiccare l'ultimo da questo "luogo piccolo". E fu esaudito nel 1263. Ora riposa a S. Ginesio, nella chiesa francescana di S. Pietro, sotto l'altare di quel "Crocifisso" sulle cui piaghe aveva fatto piangere mezza Italia. Perfino la gran rocca brunfortiana subì il magnetismo mistico di questo "luogo piccolo" dove la grandezza aveva un'altra definizione: un figlio di Rinaldo il Grande (Ugolino) si fece frate e... cambiò collina! E prese questa piccola rocca non merlata come base per le sue sortite pacificatrici tra i comuni in lotta, o per i suoi voli d'apostolato a cui lo rendeva idoneo la grande cultura che gli riconoscono gli storici locali. Ma, soprattutto, la "selva brunfortiana", dovette piacere all'autore latino dei Fioretti, Frate Ugolino da Montegiorgio, che dovette apprendere qui quella muta poesia dei boschi di cui il libro è pieno. In questo "luogo" i frati ci vissero un secolo: il più intriso di francescanesimo: il Duecento. Quando si inurbarono in Sarnano (1327) per aver perduto i patroni feudali, e si "ingrassarono" dentro le mura del giovane comune divenendo padroni di vigneti, case, prati, come i maggiori del paese, allora lo spirito di Roccabruna emigrò sulle propaggini dei Sibillini e fiorirono i nidi degli Spirituali: "S. Liberato", erede della vita nuda ed estatica di Soffiano (dove, forse, risalendo la valle del Rio Terrò, era andato a isolarsi per qualche giorno il Poverello); e la "Grotta dei Frati", a picco sul Piastrone, che ingloba nella sua ombra la grazia ogivale d'una chiesetta, e mostra, all'uscita, ruderi di celle degli antichi frati. "Grotta dei Frati"! Una solitudine selvaggia come quella dell'Acquarella che ospitò, all'ombra di un fico, la stesura delle prime Costituzioni cappuccine e con cui amoreggiarono senza successo questi nuovi figli di S. Francesco. E perfino una sintonia di destini: anche la vegetazione della "Grotta" sibillina, abbarbicata sui gradoni degli strapiombi, ammise l'inconfondibile fico! (Ne ho potuto vedere il frondarne superstite quindici anni fa, grazie al cinerino delle foglie che spiccano sul verde. Un segno dell'antica presenza umana; una presenza segnalata anche meglio da tralci di lontane viti, lunghe ed esili come edere e fuggenti sulla confusa vegetazione verde-cupa). Ma lo spirito di Roccabruna, oltre che nelle gole "spirituali" dei Sibillini, entrò nel libro "spirituale" dei Fioretti: l'opera che F. Ugolino da Montegiorgio dovette covare qui, nel triennio in cui vi si affinò quasi per farsi degno di diventare personaggio della propria "fiaba". Quando vi andai, alcuni anni fa, fu proprio il raccabruniano capitolo quarantunesimo che presi a leggere dopo essermi seduto sul prato che circonda il piccolo eremo. E' lì, infatti, che l'autore diventa personaggio, stimolato dal ricordo del suo dolce soggiorno triennale: "Et ego frater Ugoli- nus de Monte Sancte Mariae...". Ma, più che l'autore, che fa capolino tra le righe con troppa fretta, ricordo che desideravo incontrarmi con Frate Simone (di cui rigurgita il capitolo), lo "zelante" assisiano confinato dal Min. Gen. Crescenzo da Jesi, in questa solitudine, perché il divampante rigorismo avesse una scintilla alimentatrice in meno. Quel che succederà, poco dopo, al B. Giovanni da Parma, reso "innocuo" da tremtadue anni di seppellimento a Greccio ove, stando a Salimbene, rimasero a consolarlo soltanto due uccelli, usi a nidificargli dentro la grotta e non timorosi di posar - glisi sulle mani. Quel giorno (il rosso del bosco ottobrino pareva il fuoco di antiche estasi) l'eremo era chiuso cosicché la celletta da cui l'austero Frate Simone "radissime volte" usciva, la dovetti immaginare. Cosa vi faceva, dentro, così a lungo - pensai - dal momento che non avendo "mai apparato grammatica" gli erano inibite le intime dolcezze delle letture solitarie?

Vi amava.
E non poteva stancarlo la "soavità" delle "visitazioni amorose di Dio" se pensiamo che, per sostenere il peso paradisiaco senza incidenti, era costretto a "porsi a letto". Era così forte siffatta dolcezza da impedirgli perfino di sentire un carbone acceso "in sul piede ignudo" e da effonderne il rigurgito anche sui fratelli "quando si ponea a mensa". E se, "stando un dì nella selva", giunse a dare lo sfratto alle rumorose cornacchie, lo fece per conservare intatta questa sua "grande consolazione". Come si vede, oltre alla cella, egli amava tanto la selva e non trovava mai la via d'uscita, soprattutto se gli capitava di entrarci con un compagno d'estasi di facile accensione. Come mi fu dolce, in quel pomeriggio autunnale, a pochi passi dai moribondi ori dell'antico bosco, leggere, seduto sull'erba, che "una sera (Frate Simone) essendo ito nella selva con Frate Jacopo da Massa per parlare di Dio, e parlando dolcissimamente del divino amore, stettono tutta la notte in quel parlare"! Mi fu dolce, ma anche un po' amaro perché sentivo l'impossibilità di identificarmi con questi estatici. Fortunatamente mi consolai cercando di identificarmi col tormentato Frate Bentivoglia di fine capitolo a cui, ad ogni ventata dei suoi dissidi, "frate Simone dicea: Siedi qui un poco, figliuolo, con meco"!. Sentivo che l'antico eremita, nel cui grembo Frate Bentivoglia aveva "inchinato il capo per maninconia e per tristizia", non aveva mai cessato di dire quelle parole agli spiriti stanchi: ed ora le diceva anche a me!

P. Bruno Giannini
Viaggio nel Francescanesimo reale
"La Marca d'Ancona"
Provincia Picena dei Frati Minori S. Giacomo della Marca

-------------------------------

Sarnano, Convento di Roccabruna Vicino alla località Pian di Picca, nei pressi di Sarnano, nella solitudine di un vasto pianoro, si trova un antico casolare oggi di proprietà privata, che ingloba un conventino e una piccola cappella con campanile a vela eretta sulle basi ancora visibili della torre dei Brunforte, antichi Signori della città di Sarnano. Il Convento di Roccabruna fu di fondamentale importanza, se come noto da più fonti, San Francesco, presente nel Convento, trovò un punto di pacificazione tra gli uomini di Sarnano e i Signori di Brunforte, lasciando come segno di pace tra i contendenti un Serafino impresso con il suo cordone su di una tavoletta di cera, in memoria dell'angelo che sul monte della Verna aveva impresso le stimmate sul corpo del santo stesso. Nello stemma di Sarnano è presente una figura particolare, un Serafino, un angelo infuocato con 6 ali. Un’antica leggenda narra che gli abitanti di Sarnano dall'indole litigiosa, discutevano spesso su qualsiasi argomento. Un giorno dovettero decidere lo stemma della loro città, ovviamente senza trovare un accordo litigavano per giorni e giorni. Capitò che di lì per caso passò proprio S. Francesco, pacificatore per eccellenza, che disegnò sul muro della città un serafino, portando la pace e l’accordo tra tutti i cittadini. Inoltre c'è da ricordare che proprio nel convento di Roccabruna, detto anche di Brunforte e oggi chiamato di San Francesco di Valcajano, visse fra Ugolino da Montegiorgio (Mons Sanctae Mariae in Georgico) autore dei "Fioretti di San Francesco" in cui si narrano la vita del Santo e dei suoi "Fraticelli".

A causa del sisma del 2016, il convento risulta inagibile.

-------------------------------

Il toponimo Roccabruna ci riporta alla probabile rocca dei Brunforte preesistente al convento, ma la denominazione dialettale che chiama il luogo Vargajà, potrebbe portarci ancora più indietro, prima di Roccabruna, quando il luogo poteva chiamarsi Borgo di Giano, da cui Vargajà. La parola borgo in dialetto diventa “vurgu”, come Vurgacciu (borgaccio), e Vurghitti (Borghetti frazione limitrofa) e Giano diventa “jà” contrazione di Jana. Il convento non ha una data esatta della sua costruzione né tantomeno si conosce chi lo abbia fondato ma è certo che siano stati i Brunforte ad edificarlo. Come precisa padre Pagnani in Sarnano Lineamenti Storici “Dal testamento di Rinaldo di Brunforte dettato proprio nel convento di Roccabruna si ricava una importante notizia. Rinaldo raccomanda ai suoi eredi di aver cura del convento di Roccabruna come si contiene nel testamento di Fidesmido, morto intorno al 1250 circa 25 anni dopo San Francesco. Che ragione aveva Fidesmido da Mogliano (nonno di Rinaldo) di aver cura di questo convento? L’ha fondato lui? In ricordo di chi o perché. La sua raccomandazione di aver cura del convento di Roccabruna sarà rispettata anche da Rinaldo figlio di Rinaldo nel suo testamento dettato a Gualdo nel 1319. Possiamo dunque ritenere che il convento fosse una creazione del casato e la sua manutenzione un dovere sentito da tutti”. L’edificio fu eretto su i resti di un insediamento di difesa preesistente di proprietà dei Brunforte, del quale sono visibili le pietre arenarie squadrate alla base dei muri della chiesa. Fino a qualche anno fa la presenza di antiche murature era molto più evidente, poi gli attuali proprietari hanno realizzato un marciapiede perimetrale in porfido, annullando una traccia storica molto importante. La costruzione della chiesa viene ricordata in una piccola lapide scritta, del sec. XVII, posta internamente a fianco dell’altare. Nel 1327 I francescani di Roccabruna, per motivi di sicurezza, si trasferirono a Sarnano di fronte alla porta Brunforte nella prima cinta di mura del Comune, dove costruirono il convento e un’altra chiesa dedicata a San Francesco. Nel vecchio convento molti atti di vandalismo ne avevano pregiudicato la sicurezza. Si ha notizia che nel 1304 alcuni malviventi attaccarono il convento di Roccabruna, ne derubarono le cose e gli diedero fuoco. Nel 1332 il nuovo convento e la chiesa dentro le mura comunali di Sarnano dovevano essere completati, poiché il vescovo di Camerino concesse 40 giorni di indulgenze alla nuova chiesa francescana.

Medardo Arduino
Giuseppe Gentili
San Francesco d’Assisi era di famiglia Picena?!

LINK UTILI



GALLERY


Photo Gallery A.D. 2015


DOVE SI TROVA


Condividi su Facebook