INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Marche
Provincia: Ancona (AN)
Comune: Maiolati Spontini
Localita' o frazione: Moie
Nome bene: Abbazia Santa Maria delle Moie

Cenni storici

Abbazia Santa Maria delle Moie - Maiolati Spontini (AN)

Moie è il più significativo esempio delle profonde trasformazioni di carattere demografico e sociologico verificatesi nel corso del Novecento in Vallesina. Agli inizi del secolo Moie contava poche case lungo la strada: la popolazione era prevalentemente in campagna. Solo l'abbazia ne riportava la storia al Medioevo, quando nel 1201 il castello di Moie, poco distante dalla chiesa, venne distrutto dal Comune di Jesi. L'abbazia deve la sua origine ai monaci benedettini ed esisteva già verso la metà del sec. XII, la sua prosperità fu sempre notevole, come rivelano le vaste proprietà da essa possedute. Entrò in crisi per mancanza di monaci verso la metà del Quattrocento, quando nel 1456 i beni del monastero vennero trasferiti da papa Callisto II al Capitolo della Cattedrale di Jesi che assicurò con un suo cappellano la cura d'anime della limitata popolazione della zona. La strada che passava nei pressi dell'abbazia era l'antica "via Romana" o "Flambenga" e costeggiava una zona nei secoli precedenti paludosa, da cui il toponimo "Moie". La via di comunicazione permetteva una certa attività commerciale che venne incrementata con l'istituzione della Fiera delle Moie da parte di papa Sisto V il 13 luglio 1588: si teneva per tre giorni, dal 9, giorno successivo alla festa di S. Maria, al 12 settembre. Nell'occasione arrivavano commercianti ed acquirenti non solo dai castelli vicini, ma anche in altre date a seconda della necessità, i rappresentanti dei castelli del Contado di Jesi quando dovevano discutere argomenti di interesse comune in particolare le non rare vertenze nei confronti della Città di Jesi. Con il Novecento comincia il lento ma continuo incremento edilizio e demografico di Moie, acceleratosi nella seconda metà del secolo. A determinarlo furono la ferrovia, la fornace per laterizi entrata in attività nei primi anni del Novecento, era operativa già nel 1907, attività prolungatasi per settant'anni circa quando cessò definitivamente nel 1974, ma soprattutto la posizione baricentrica a fondovalle dove si concentrarono quanti dai paesi limitrofi abbandonavano le campagne, trovando facili vie di comunicazione per raggiungere i nuovi posti di lavoro, quando non trovavano occupazione nelle aziende che cominciavano a sorgere nelle zone vicine. Moie è attualmente l'agglomerato urbano più consistente della media Valle dell'Esino ancora in espansione, dinamico e moderno. I documenti più antichi ci parlano di una abbazia benedettina di "Sancta Maria plani Molearum" presente verso la metà del dodicesimo secolo ed ubicata in mezzo ad una selva detta "Santa", poco distante dal fiume Esino, dalla cui sponda - ricoperta di vegetazione palustre, detta nella dizione locale "moja" - prese il nome. Ricca di monaci per oltre due/tre secoli, rimase deserta a metà del Quattrocento. Fu istituita come parrocchia il 4 agosto 1600. La struttura dell'abbazia ha subito nei secoli diversi interventi di restauro. Il primo nel 1524, come testimonia una lapide posta sopra l'arco dell'atrio, quando per realizzare l'alloggio per il cappellano fu deturpata la facciata costruendo la canonica e demolite le due antiche torri medievali, probabilmente crollate o fortemente danneggiate. Tra il Quattrocento e il Cinquecento la chiesa venne intonacata. Nel Settecento crollarono il chiostro ed il monastero posto sul lato destro. Nel 1755 ancora un restauro per il pericolo di crolli, causato forse da alcune inondazioni. Ancora lavori di restauro alla chiesa e all'altare nel 1788. Nella penultima decade dell'Ottocento si incominciò a togliere l'intonaco con lavori di rimaneggiamento e restauro più profondi condotti dal 1919 al 1924. Di recente, nel 1988, si è intervenuti restaurando il tetto e le finestre. Dal punto di vista architettonico S. Maria delle Moie è una chiesa romanica di grande interesse: si compone di due parti distinte, la chiesa vera e propria e l'avancorpo, detto anche corpo occidentale o corpo di facciata. Costruita con blocchetti regolari di pietra calcarea, riprende la pianta a croce greca inscritta della chiesa di San Vittore delle Chiuse (Genga-Frasassi), dalla quale non si discosta nemmeno per le dimensioni misurando m. 14,50 di lato: quattro pilastri centrali e cinque absidi, delle quali tre nel lato posteriore e una in ciascuno dei fianchi. Una tipologia che si ricollega architettonicamente alla chiesa di San Claudio al Chienti. All'esterno la chiesa assume un aspetto basilicale, con la navata centrale più elevata delle navate laterali e posteriormente cuspidata; le tre navate sono concluse da altrettanti absidi di cui quella centrale è di dimensioni maggiori, ciascuna delle tre absidi posteriori è fiancheggiata da robusti contrafforti. Una cornice di archetti pensili di pietra bianca si dispone sotto la gronda delle navate laterali e del lato sinistro della navata centrale creando "un elegante contrappunto cromatico sul paramento murario compaginato invece con blocchetti di calcare rosa". La parte occidentale o di facciata, pur sfigurata nella sua parte superiore, è una struttura interessante e rara, coeva alla chiesa, di cui eguaglia la larghezza e da cui si protende in avanti per circa sette metri. Nella parte inferiore di questo avancorpo si apre al centro un arco a tutto sesto che immette in un atrio di pianta quadrata, coperto da una crociera, in fondo al quale si trova il portale della chiesa con tre archivolti dei quali l'esterno e l'interno decorati a fogliame "di stile palesemente gotico". L'atrio è fiancheggiato da due ambienti di uguale pianta, quello di destra è dotato di feritoie, in quello di sinistra si leva una scala a chiocciola che giunge fin quasi al piano sovrastante: i due ambienti sarebbero, secondo alcuni studiosi, le basi superstiti delle due torri medievali della facciata. L'interno della chiesa, originale e di notevole interesse, quasi in penombra, si articola in tre navate concluse da profonde, pregevoli absidi, e si espande nelle due absidiole dei fianchi. I quattro pilastri, i sottarchi della volta, gli archi di valico, gli archi traversi delle navate rappresentano un insieme che esprime un organico ed armonico concatenamento di forze e di resistenze indubbiamente suggestivo. Analoghi modelli architettonici sono presenti nella non lontana chiesa abbaziale di S. Urbano dell'Esinante (Apiro).Tutto l'interno o almeno le pareti, come si è detto, erano intonacate e decorate con pitture, di queste rimane l'affresco raffigurante S. Antonio abate, di Scuola Camerte, della fine del sec. XV. La chiesa sembra essere stata costruita in un tempo relativamente breve, in quanto nelle singole forme costruttive non si nota alcuno sviluppo stilistico di rilievo. Alcuni indizi tuttavia rivelano il proseguimento della costruzione che probabilmente fu iniziato ad oriente, nella parte delle absidi, mentre il corpo occidentale venne terminato per ultimo. L'edificazione della chiesa, considerata stilisticamente con altre della regione (Santa Croce dei Conti in Arcevia, S. Urbano, San Vittore, ecc.) si fa risalire al primo decennio del secolo XII. Del monastero, rovinato nel Settecento, rimangono sostanzialmente due ambienti, uno coperto con volta a botte in laterizio, l'altro da quattro crociere: quest'ultimo con tutta probabilità era la sala capitolare. Un museo parrocchiale allestito in locali sovrastanti l'abbazia raccoglie memorie ed oggetti relativi alla vita secolare della parrocchia.

tratto da un depliant turistico

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