INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Lazio
Provincia: Roma (RM)
Comune: Fabrica di Roma
Localita' o frazione: L’abbazia di S. Maria in Falleri
Nome bene: L’abbazia di S. Maria in Falleri

Cenni storici

L’abbazia di S. Maria in Falleri - Fabrica di Roma (RM)

Il declino dell’impero romano con l’inizio delle incursioni barbariche, portò all’abbandono da parte della popolazione della città di Falerii Novi, con trasferimento sulle alture del primitivo sito, Falerii Veteres più facile da difendere. Nel 1033 Benedetto IX decretò con una bolla l’unione delle sedi vescovili delle due città, confermando anche ufficialmente lo spopolamento di Falerii Novi e il ritorno alla vita di Falerii Veteres nella quale iniziarono a costruirsi piccoli castelli dai quali la città prese il nuovo nome di Civita Castellana, la città dei castelli. Nel passaggio da Falerii Novi a Falerii Veteres il Vescovo, le autorità civili e il clero, per non lasciare in stato di abbandono la cattedrale di Santa Maria, promossero la costruzione in essa dell’attuale abbazia con annesso complesso monastico. Tra il 1143 e il 1145 una colonia di monaci provenienti dal monastero di St. Sulpice-en-Bugey in Savoia fondò l’abbazia di Santa Maria in Falleri. La costruzione dell’attuale edificio, eretto proprio sopra un tratto della via Amerina, ebbe inizio tra il settimo e l’ottavo decennio del XII secolo e terminò intorno al 1190. Il complesso di Santa Maria in Falleri rispetta in toto la tipologia costruttiva di San Bernardo con la chiesa e il monastero ad essa attiguo. Nonostante la costruzione sia tipicamente cistercense, ancora legata all’arte romanica, la particolare disposizione della parte absidale, un ampio transetto con due cappelle per ogni braccio a terminazione semicircolare che serrano ai fianchi il coro di analogo tracciato semicircolare, rappresenta un unicum nel panorama dell’edilizia cistercense italiana. Secondo alcuni studiosi la parte absidale deriva da una preesistenza benedettina risalente alla metà del X secolo, poi ampliata dai Cistercensi. La grave crisi spirituale ed economica, che colpì l’Ordine cistercense fra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, segnò la fine di molte abbazie, tra cui quella di Falleri. La storia dell’abbazia si concluse alla metà del Trecento, ma la data precisa del ritiro dei Cistercensi è ignota. Da un documento del 1792 della Camera Apostolica si apprende che la chiesa ha continuato ad essere officiata fino al 1798 quando il culto si interruppe a causa del saccheggio che l’edificio subì ad opera delle truppe napoleoniche. Il complesso vide peggiorare la sua situazione di degrado quando, a metà del XIX secolo, chiesa e monastero divennero proprietà privata. Nel 1904 il complesso fu riscattato e acquistato dal Ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1910 l’edificio di culto, ad esclusione del monastero che rimase privato, entrò a far parte del demanio statale. Un primo restauro della chiesa avvenne nel 1933 ma solo con la complessa campagna dei primi anni Novanta del Novecento fu possibile salvare l’edificio dallo stato di abbandono in cui versava, ricostruendo il tetto, crollato nel 1829, la pavimentazione e la parte superiore della facciata. Fu così recuperata la struttura conferendole l’aspetto attuale e restituendola al culto e alla pubblica fruizione. L’abbazia fu posta sotto la tutela della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale che, dal 2003, la aprì sistematicamente al pubblico.

Aspetto esterno

L’edificio è costruito in tufo e peperino. Il perimetro esterno della chiesa presenta, alla sommità, una cornice di archetti pensili poggianti su piccole mensole. La parte absidale presenta cinque terminazioni semicircolari, caso unico tra le chiese cistercensi italiane. L’abside maggiore è ritmata da una partitura verticale di paraste cui sono addossate semicolonne coronate da rigidi capitelli a foglie d’acanto. Il lato nord è suddiviso da contrafforti in quattro scomparti in corrispondenza della navata maggiore, da lesene nella parte inferiore le quali inquadrano una coppia di monofore. Il fianco sud è visibile dal lato del monastero e presenta le stesse aperture del lato settentrionale in corrispondenza del cleristorio, mentre in basso, nella parete della navatella, non ci sono aperture. La facciata, scandita da due paraste che arrivano ad un livello inferiore rispetto al culmine del portale, si apre all’interno della chiesa attraverso tre occhi circolari, in corrispondenza di ciascuna navata. Al centro campeggia un portale marmoreo strombato, composto da due coppie di colonnine e di lesene e tre archivolti a tutto sesto che chiudono una liscia lunetta marmorea, ornata da una cimasa e fregiata di una croce greca. Su due dei conci di marmo che formano il rivestimento del portale si possono leggere due iscrizioni. L’epigrafe di destra menziona, molto probabilmente, il nome del committente dell’opera, un certo Quintavalle; l’iscrizione posta a sinistra, invece, ricorda gli artefici del portale ossia Lorenzo e suo figlio Jacopo, esponenti della stirpe dei Cosmati. Principalmente due furono per Lorenzo e Jacopo le fonti di ispirazione per realizzare il portale: la vicina porta di Faleri Novi, la cui somiglianza nelle proporzioni e nella struttura dell’archivolto è assai evidente, e le rovine della sottostante città romana, ancora oggi in parte visibili, che furono modello per la classicheggiante decorazione dei capitelli. Differenze stilistiche tra i capitelli più interni e quelli più esterni permettono di attribuire i primi a Lorenzo e i secondi a Jacopo, figlio che ancora non possiede una mano esperta come quella paterna. Se a Falleri Jacopo è definito filius di Lorenzo, nel portale del vicino Duomo di Civita Castellana, definendosi magister romanus, ci offre un utile elemento per datare i lavori scultorei dell’abbazia. A Civita Castellana i due artisti lavorarono nei primi anni del XIII secolo e questa data costituisce un termine ante quem per datare i lavori di Falleri.

Interno

L’interno, con la sua sobrietà, rispetta fedelmente i rigorosi precetti dell’Ordine Cistercense. La chiesa, divisa in tre navate, ha pianta longitudinale a forma di “T” e presenta un transetto sporgente a cinque absidi di cui quella centrale poligonale e le laterali semicircolari. Il transetto è coperto da una volta a botte conica. A sud si affaccia al fianco orientale con tre monofore e con due aperture, una in basso a sinistra e l’altra in alto a destra, attualmente murate. Un passaggio ad arco collega questa zona alla navatella sud. Il braccio settentrionale presenta tre aperture con struttura ad triangulum e una porta stretta e senza stipiti che conduce alla navatella nord. Il coro chiude la basilica con un presbiterio sopraelevato e due coppie di absidiole che aprono sul transetto, coperto da volta a botte. La copertura originale presentava soltanto la volta a botte nel transetto,che avrebbe dovuto coprire anche la navata centrale, malgrado ne rimanga dubbia l’effettiva realizzazione. Per le navatelle si ipotizza l’utilizzo di una falda di tetto, realizzata tra il XIII e il XIV secolo, trasformata poi in volta a botte, in parte ancora visibile. Le navate sono scandite da pilastri cruciformi che svolgono la funzione di rinforzo, ai quali si addossano delle paraste rettangolari per ogni lato. Verso occidente sono intervallati da pilastri a sezione quadrata, cui corrisponde un’apertura. Nella zona verso l’altare sono separati da colonne di spoglio sopra le quali si apre una coppia di monofore. La varietà di sostegni deboli, ora colonne ora pilastri quadrangolari, fu determinata esclusivamente da ragioni di carattere pratico: era ben reperibile in loco un’abbondante quantità di materiale di spoglio che, quando possibile, fu impiegato per ottimizzare con parsimonia costi e tempi di realizzazione.
La navata centrale, più alta, è scandita da arcate longitudinali a tutto sesto e strutturata in quattro campate, si apre alla zona del transetto con un arco a tutto sesto. Quasi tutti i capitelli, ricchi di eleganti decorazioni a fogliami traforati, sono recuperati da antichi edifici romani e abilmente immessi nella nuova costruzione monastica, tuttavia, accanto ai pezzi di reimpiego, vi è anche la messa in opera di sculture eseguite appositamente per adattare i marmi antichi alle nuove esigenze. A Falleri scompaiono, pertanto, alcune delle caratteristiche peculiari dell’opera dei marmorari romani: ridotta ai soli capitelli compositi la decorazione scultorea, del  tutto assente la policroma tarsia marmorea. Gli artefici hanno dovuto evidentemente sintonizzarsi con l’estetica essenziale ed austera propugnata da San Bernardo. Hanno così potuto proporre, attraverso la messa in risalto degli elementi strutturali, un tipo di scultura che, per certi versi, anticipa elementi di primo gotico. Sulle sue pareti emergono incisioni e simboli, di incerta interpretazione, probabilmente riferibili ai cistercensi. All’interno del transetto sono visibili i resti dell’antica via Amerina, completi dei canali di scolo delle acque. Vi è anche conservata una dedica ai Lari, entità protettrici degli antenati. Il cippo con dedica fu ritrovato verso la fine del 1800, dal Conte Giuseppe Cencelli all’interno della sua tenuta. La superficie rovinata consente solo una lettura parziale dell’iscrizione, mentre ci è pervenuta integrale la trascrizione ottocentesca:
VOTO SVSCEPTO / LARIBVS / CONPITALIBVSVIALIBVS / SEMITALIBVS / SACRVM
(“Voto concesso da Lari Compitali, delle vie e dei sentieri sacri“).

Si tratta quindi di una richiesta di tutela della viabilità del territorio. All’interno della chiesa si trova altresì la base di una statua dedicata a Cornelia Salonina, moglie dell’imperatore Gallieno, nato e cresciuto nella zona. La superficie della base marmorea si presenta molto degradata a causa dell’effetto degli agenti atmosferici e della damnatio memoriae a seguito delle morte di Gallieno. Il testo è comunque ben leggibile: “A Cornelia Salonina, Augusta santissima, moglie del vittoriosissimo Augusto Gallieno, signora della città, il Senato della colonia dei Falisci devoto alla sua santità e maestà, grazie all’intervento di Tyrio Settimio Azizo, uomo perfettissimo e curatore delle opere e della cosa pubblica“. L’iscrizione manifesta la profonda devozione della popolazione verso la moglie dell’imperatore, anche a seguito degli interventi urbanistici e finanziari promossi da Gallieno.

Fonti documentative

Cartellonistica in loco
FICARI MAURIZIOUna rilettura per la cattedrale di Civita Castellana e l’abbaziale di Santa Maria di Falleri al tempo di Innocenzo III, in Rivista della Storia della Chiesa in Italia, anno 71, fasc. 2, luglio-dicembre 2017

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