INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Lazio
Provincia: Viterbo (VT)
Comune: Celleno
Localita' o frazione: Centro storico
Nome bene: Castello Orsini

Cenni storici

Castello Orsini - Celleno (VT)

Origini del nome
Il nome Celleno ha origini antichissime che ci conducono all'antica civiltà etrusca e greca. Secondo il critico e storico greco, Dionigi di Alicarnasso, Celleno sarebbe stata fondata da "Italo discendente di Enotro, in memoria della sua figlia Cilenia; e ciò molti anni prima dell'assedio di Troja". Celeno, nella mitologia greca, era una delle tre arpie figlie di Taumante e Elettra. Celleno è il toponimo può derivare da "cella" nel senso di grotta con il suffisso - anus che può avere un rapporto di pertinenza. La parola Celleno può voler significare cella in senso di cavità. Nel territorio cellenese il suolo è di natura tufacea che si è mostrato molto utile nel tempo per formare delle cavità. Il suddetto etimo lo ritroviamo in altri nomi di località come Cellere ed altri.

Le origini del "Castello di Celleno"
L’origine del nome Celleno sembra possa derivare dal termine cella, nel significato medioevale di grotta, cavità oppure di un insieme di fondi rustici, campi coltivati, pascoli e case sottoposti alla giurisdizione di un monastero. Tuttavia lo stemma del Comune di Celleno riporta un’arpia al naturale su un campo d’azzurro, entro uno scudo ornato da una lista svolazzante: questo simbolo araldico è stato adottato in età relativamente recente, non prima dell’Unità d’Italia, sulla base della suggestiva ma meno fondata ipotesi che il nome del centro derivi da quello di una delle mitologiche Arpie. Con il termine “Il Castello di Celleno” viene generalmente chiamato il complesso monumentale intra-moenia, ossia quel perimetro urbano adagiato sul pianoro tufaceo delimitato a sud dalle mura civiche ed a nord dal pendio naturale. Il termine “Castello” è stato da sempre utilizzato dalla popolazione nell’accezione generica di castrum distinguendolo dall’edificio fortificato meglio conosciuto come “Castello degli Orsini”, in passato sede del palazzo comunale. Anche se è probabile la presenza di un insediamento sin dall’età etrusco-romana, le prime specifiche notizie riguardo alla fondazione del castello di Celleno risalgono all’anno 1026 quando Corrado II Il Salico concesse questo territorio alla famiglia Conti di Bagnoregio, che ne fece un avamposto strategico per il controllo della zona; all’inizio del XII secolo il castello di Celleno risulta incluso nell’elenco dei luoghi alleati della Chiesa contro la minaccia imperiale. Entro la fine del secolo successivo l’insediamento fortificato passò sotto l’egemonia del potente Comune di Viterbo e così rimase coinvolto in varie vicende belliche del territorio, quali la distruzione di Ferento e la disputa con la città di Orvieto. Costituitasi intanto libero Comune, Celleno continuava la sua storia di alleanze con Viterbo, impegnandosi nelle dure dispute con Roma. Durante il Trecento il castello conobbe le alterne vicende della rivalità tra Guelfi e Ghibellini; nel XV secolo divenne possedimento della famiglia Gatti, mentre dal 1527 al 1580 fu feudo degli Orsini, famiglia dalla quale prende ancora il nome. Dalla fine del Cinquecento Celleno venne riassorbito dallo Stato Pontificio, perdendo progressivamente la sua importanza strategica per il dominio del territorio e andando incontro ad una inesorabile decadenza del centro abitato. L’originario insediamento medievale per motivi socio-economici e di instabilità dei pendii fu abbandonato a partire dagli anni Cinquanta del XX secolo subendo le stesse sorti di numerosi altri centri della Tuscia (ad esempio Civita di Bagnoregio, Calcata, Faleria, San Michele in Teverina, Bassano in Teverina). Il 18 marzo 1951 il Consiglio Comunale decretava il trasferimento della popolazione da Celleno vecchio al nuovo insediamento della borgata Luigi Razza. Il sito de “Il Castello” ha in passato permesso il ritrovamento di una serie di maioliche caratterizzate dalla spiccata omogeneità, databili generalmente nella prima metà del Quattrocento e distinguibili in tre gruppi: di importazione orvietana, viterbese e toscana. La piazza del Mercato, denominata anche Il Torracchio, ebbe la sua origine probabilmente durante lo sviluppo urbanistico quattrocentesco quando si consolidò lo sviluppo del borgo ai piedi del castello e si costruì la chiesa di San Rocco: la piazza in questo senso fungeva non solo da luogo di scambi commerciali ma anche da spazio di connessione urbanistica e sociali tra i due nuclei di insediamento.

Piazza del Comune ed i suoi monumenti
Nei decenni passati l’assenza di manutenzione, unita alle programmate operazioni di distruzione degli edifici, ha risparmiato solo la parte architettonicamente più pregevole dell’abitato, quella intorno a piazza del Comune. Qui insistono il Castello degli Orsini, la chiesa di San Carlo (XVII sec.), la chiesa di San Donato (XIII sec.) ed altri palazzi dalle significative valenze storico-architettoniche. Al Castello si accede dalla scenografica via del Ponte, che immette nella piazza principale da Porta Vecchia, oppure attraversando piazza del Mercato, su cui il Castello Orsini si affaccia con la cortina difensiva alta più di dieci metri: il fortilizio, nel generalizzato abbandono dell’insediamento, è ancora oggi l’edificio meglio conservato e organizzatore dell’assetto urbano nella classica impostazione a fuso. Salendo per la stradina e la scalinata, girando attorno al fossato, si notano l’imponente muratura a scarpa di rinforzo della fortezza e della Torre Piccola, fino a scoprire la spettacolare duplice arcata del ponte levatoio. La severa facciata del Castello Orsini ha conservato fino ad oggi la primitiva, austera vocazione difensiva, apprezzabile nell’originaria essenzialità delle murature. Sulla piazza si affaccia anche la chiesa di San Carlo, fondata nell’anno giubilare 1625, come si legge nel’iscrizione posta sull’architrave della finestra che si apre sul fianco verso il castello (AÑO IUBILEI MDCXXV), a soli cinque anni di distanza dalla canonizzazione di Carlo Borromeo. La costruzione, come specifica l’iscrizione sul fregio del portale, fu sostenuta dall’allora esistente Congregazione di San Carlo. Dalle dimensioni ridotte e a navata unica con parete di fondo rettilinea, tutto l’assetto della chiesa denuncia la sobrietà dei mezzi costruttivi. Il fronte è a terminazione piana, con una modanatura terminale a blocchi di tufo scolpiti, su cui si innesta l’esile campaniletto a vela. Il portale è sormontato da un sottile timpano spezzato che racchiude il simbolo del Calvario e che rasenta la base della piccola finestra quadrata dagli stipiti in basaltina. Nei cantonali la muratura è condotta con studiata alternanza di grossi blocchi di tufo accuratamente tagliati. Il lato verso il castello costituisce l’alto fianco della strada che prende nome dalla chiesa stessa: la muratura seicentesca è stata impostata su quella medioevale, sfruttando al massimo le preesistenze.

La chiesa di San Donato rimane oggi defilata rispetto al fulcro spaziale della piazza ma un tempo era la chiesa madre della comunità: attualmente in stato di rudere, rimane, a testimonianza del suo nobile passato, sul fianco destro, un portale laterale databile al XII secolo, con un sesto intero a conci sagomati e lavorato con un profondo toro e ampi e ricchi stipiti a dentelli e punte di diamante. Nel corso del XVIII secolo la chiesa ha subito una profonda trasformazione in quanto il suo asse originario è stato ruotato di novanta gradi e l’interno fu trasformato in tre navate di stile neoclassico.

Con la denominazione popolare de “Il Castello” è nota anche la piazza principale, che ufficialmente, tuttavia, nel corso degli anni, ha conosciuto diverse intitolazioni: nel catasto Gregoriano del 1816 è infatti registrata come Piazza del Comune, in quello Pontificio del 1872 come piazza Maggiore ed infine in quello attuale come piazza del Municipio. Tale piazza costituiva senz’altro il centro nevralgico del centro, per la presenza in essa delle principali funzioni cittadine, quella amministrativa (il castello vero e proprio era la sede del Comune) e delle due chiese. Nei seminterrati o ai piani terra degli edifici erano presenti varie funzioni commerciali ed artigianali, quali il macellaio, il posto telefonico pubblico o la bottega del ciabattino.

La conformazione generale della piazza si adatta a esempi due-trecenteschi e dovette essere impostata al tempo del completamento trecentesco del castello.

Il Borgo e la chiesa di San Rocco
La chiesa di San Rocco, nella piazzetta del borgo nato ai piedi del Castello di Celleno, fu edificata a protezione della popolazione cellenese dalle pestilenze e riveste una particolare importanza per la sua posizione extramoenia. Si caratterizza soprattutto per la bellezza del suo portale in peperino, per l’altare con crocifisso ligneo e per alcuni importanti lacerti di affreschi rinascimentali. Negli anni 2001-2002, il parroco don Giorgio Basacca eseguì importanti lavori di restauro all'altare, alla sagrestia ed al coro ligneo, finanziati dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Roma. L’antico crocifisso ligneo, di m 1,70 di altezza, è conservato presso l’altare. La scultura, per contiguità geografica, ha i suoi referenti più immediati nel crocifisso ligneo conservato nella cattedrale di Montefiascone o in quello più famoso di Civita di Bagnoregio, che una diffusa tradizione critica attribuisce genericamente al secolo XV e alla scuola donatelliana. Come il “Cristo morto” di Civita, così il Crocifisso di Celleno trova il suo elemento di forte suggestione nel volto, altamente espressivo e sofferente, a segnare il momento del trapasso dalla vita alla morte: le due sculture, infatti, hanno le braccia snodabili per permettere la loro disposizione lungo il corpo nel momento delle rispettive processioni, durante le quali vengono deposte su un feretro e portate a spalla. Il volto del Crocifisso di Celleno trova i suoi elementi espressivi nella bocca socchiusa, negli occhi appena aperti in una sottile fessura e soprattutto nella sporgenza degli zigomi a sottolineare l’incavatura delle gote. Rispetto a quello di Civita, il Crocifisso di Celleno denuncia maggiore articolazione, minore compattezza formale e compostezza dell’insieme e del volto. È attribuibile a un periodo più tardo, in particolare la seconda metà del Seicento: infatti l’attribuzione al XV secolo è confutata non solo dall’analisi stilistica, ma anche dai riscontri offerti dai documenti. Ancora dai documenti sappiamo che solo dal 1707 il Crocifisso aveva fatto la sua comparsa sopra l’altare maggiore di San Rocco, forse a sostituire o coprire una poco gradita versione della Vergine. A quella data, tuttavia, non era ancora provvisto di tutto l’apparato barocco, in quanto era soltanto «clausum […] tamen intra Tabernaculum ligneum serico velo». Il Crocifisso è posto su una croce dipinta in nero e oro e circondata da un classico e ricco apparato barocco di lunghi raggi dorati, intervallati da nubi argentate da cui spuntano teste di cherubini di fattura non estremamente raffinata. Nella parte superiore due angeli dalle chiome e dai panneggi dorati reggono sulla testa del Cristo una grande corona regale. L’insieme del Crocifisso è a sua volta inserito all’interno della complessa macchina dell’altare di stile barocco, costituendone, racchiuso da un vetro, una sorta di plastica pala d’altare. Nella soprastante trabeazione due teste di angioletti fungono da protomi, mentre al centro si piazza la colomba raggiata dello Spirito Santo: sopra, nell’ambito di un articolato timpano spezzato, nel quale non sono omesse volute, pie cariatidi e piccoli e grandi angeli portatori di cornucopie e lumi, trova posto il busto di Dio Padre. Si dispiega quindi lungo una linea retta verticale la ragione di essere di questa macchina in stile barocco, che ha voluto incastonare, intorno all’antico Crocifisso, la visualizzazione del dogma della Trinità divina: in diretto riferimento al Crocifisso e sulla verticale al di sopra di esso, infatti, la colomba e Dio Padre completano l’impaginazione della triplice essenza di quel Dio che in precedenza era visibile solo nella dimensione più dolorosamente umana, quella della morte. Dai riscontri di tipo stilistico e documentale si può collocare la realizzazione di questa macchina d’altare nella prima metà del XVII secolo. Nel 1869 è documentato un restauro da parte del doratore Cerroni.

Il Convento di San Giovanni Battista e la Via Crucis
A Celleno noto semplicemente come “Il convento”, è un notevole complesso che introduce al borgo, in posizione dominante il versante sud della Valle del Tevere. Lungo la strada si snoda discretamente la sequenza composta dal fianco sinistro della chiesetta romanica e della facciata della chiesa principale, raccordate da una serie di quattro archi: ma sul retro si allunga più monumentalmente il resto dell’edificio, fino al pendio ricoperto da un bosco di lecci secolari. La fondazione del convento deve farsi risalire all’inizio del XVII secolo, quando il pontefice Paolo V, con lettera del 5 maggio 1608, concesse il permesso per la sua costruzione allo scopo di ospitare religiosi che adempissero alle esigenze spirituali del popolo cellenese: il luogo prescelto fu quello dove sorgeva l’antica, piccola chiesa di impianto romanico che nel parato esterno del partito absidale mostra una successione di archetti pensili di stile lombardo, probabilmente del X-XI secolo. Una comunità di francescani arrivò ad abitare il luogo già dal 1610. La struttura conobbe danni notevoli a seguito del disastroso terremoto che nel 1695 colpì la vicina cittadina di Bagnoregio. Al XVI-XVII secolo risalgono gli affreschi distribuiti nei vari ambienti interni (un lacerto di mano più antica e pregevole è presente nel vano della cantina) e nel 1716 un frate della comunità affrescava le gallerie del chiostro con ritratti di santi francescani. Il convento conobbe quindi una campagna di lavori ed ampliamenti tra il 1754 e il 1769. In questo periodo viene riqualificata l'attuale Via Roma, un tratto di viabilità di particolare importanza dal punto di vista storico-urbanistico ed architettonico; questa inizia dall’ingresso dell’ex Convento San Giovanni Battista per una lunghezza di circa 110 metri fino a piazza San Rocco. Tale via è fortemente caratterizzata dal muro di contenimento, di altezza media di circa cm 360, sul quale insistono le stazioni della Via Crucis e per questo viene chiamata la "Salita dei Misteri": sono edicole con terminazione a timpano intervallate da specchiature in semplice muratura intonacata con sovrastante copertina in blocchi di basaltina lavorata a mano. Attualmente le edicole sono prive delle originarie formelle di ceramica, trafugate, insieme ad altre opere d'arte, negli anni Settanta a seguito della vendita del Convento a soggetti privati. Ne sono rimaste 13, di cui 8 sono prospicienti via Roma e le altre 5 ubicate a ridosso del portico della chiesa di San Giovanni Battista. La via Crucis fu costruita verso la metà del secolo XVIII contestualmente al muro di cinta di clausura. Dello stesso periodo sono un braccio di dormitorio dalla parte che guarda il paese, composto da una decina di stanze, l’infermeria, la farmacia, la cappella, la loggia, i confessionali della chiesa, gli arredi della sacrestia ed altri lavori di ornamento. Queste opere furono terminate nel 1769: in seguito il Convento poté accogliere un maggior numero di frati e fu uno dei ‘professorii’ della provincia. All'interno del Convento San Giovanni Battista si conserva solamente una sola formella di quelle settecentesche, originariamente ubicata nella prima edicola su Via Roma, provienente da un privato che l'ha consegnata nelle mani degli attuali proprietari della ex struttura conventuale: vi è rappresentata la stazione n. 1 dove "Gesù viene condannato a morte". La formella è attribuibile alla manifattura di Gregorio Caselli, massimo esponente della ceramica derutese del Settecento; presso di lui era attivo il pittore Giovanni Meazzi, raffinato autore di numerose opere, che presentano con la formella di Celleno significative analogie, quali il periodo di produzione, i caratteri stilistici e, non meno importante, dimensioni e forma degli stampi di argilla. Nel 1875 il convento fu colpito dalle leggi di soppressione ma negli anni seguenti i frati riuscirono a ritornarne in possesso, risolvendo il canone di affitto con cui il demanio lo aveva ceduto al Comune di Celleno: ciò non servì tuttavia a salvarlo dall’abbandono e nel 1968 la Provincia Romana dei Frati Minori Conventuali lo cedette ad un privato. Risale a questo periodo di degrado, probabilmente, la perdita dei grandi dipinti che ornavano gli altari laterali della chiesa principale, oggi sconsacrata, che rimane arricchita solo da un notevole coro ligneo settecentesco e dai resti di un pregevole affresco raffigurante la Vergine. In anni più recenti comincia la stagione di rinascita di questo luogo: passato in proprietà al “Centro Comunitario” e direttamente gestito dai suoi componenti, ospita attività di formazione ed accoglienza.

L'origine di Celleno Nuovo
Piazza della Repubblica costituisce il centro amministrativo e sociale della nuova urbanizzazione di Celleno, nata negli anni Trenta del secolo scorso e resasi necessaria per i progressivi fenomeni di erosione della rupe tufacea su cui sorge il centro antico. L’instabilità del terreno era attestata sin dal Cinquecento quando, nello Statuto di Celleno scritto nel 1572, allo scopo di non indebolire ulteriormente il masso tufaceo, si prescrivevano sanzioni per chi scavasse fosse per palombarie. Le fonti continuano a testimoniare nel corso del Seicento situazioni di crolli e abitazioni pericolanti, finché il disastroso terremoto che colpì la Teverina e in particolare Bagnoregio, nel 1695, impose misure drastiche: si proibì lo scavo delle cantine all’interno del castello e si ordinò la ricostruzione della mura castellane e delle case danneggiate di contrada Piazzarella e Ripa. L’8 giugno 1931 un terremoto di intensità IV (MCS) che ha epicentro a Celleno accentuava il dissesto idrogeologico dell'abitato: nel 1934, la situazione del “Castello” si era fatta drammatica e pesante per la popolazione, tanto che alcuni senzatetto vengono rifugiati nel Villino Baiocchini di proprietà di tale avv. Galli. Il 15 ottobre 1934 il Consiglio Comunale intendeva acquistare dei terreni nei pressi del Convento (“Orto del Convento”) per costruirvi le case popolari, la palestra, la casa dei balilla ed il “campo di istruzione militare”. Decisione, questa, che evidentemente venne poi revocata alla luce delle evidenti difficoltà orografiche nell'espandere il paese sui terreni individuati. È nell'aprile del 1935 che finalmente ci fu la posa della prima pietra in loc. Poggetti, a circa due chilometri dall'antico centro storico, anche se la costruzione delle fognature era già iniziata mesi prima. Nel febbraio 1936 veniva solennemente iniziato anche il secondo lotto alla presenza del Prefetto e del Segretario Generale. Ancora nel settembre del 1946 l'allora sottosegretario Giulio Andreotti scrive al Sindaco Luigi Crescia per rassicurarlo sul suo interessamento presso il provveditorato alle Opere Pubbliche affinché sia dato inizio ai lavori presso le case pericolanti. Sarà il Presidente della Repubblica Einaudi che alla vigilia di Natale del 1951 sancì la morte dell'antico abitato di Celleno trasferendo coattamente la popolazione residente in luogo più sicuro. Ebbe così origine la Borgata Luigi Razza ma solo negli anni Sessanta avvenne il trasferimento a “Celleno Nuovo” delle funzioni amministrative e sociali. Si costruì dapprima la scuola elementare, poi l’edificio comunale ed infine la chiesa di San Donato: tutto sul progetto del Genio Civile, secondo un organico assetto funzionale ed una coerente impostazione architettonica di retaggio razionalista che ancora oggi vede riuniti sulla piazza principale il centro amministrativo, quello religioso e i servizi di pubblica utilità come la farmacia e l’ufficio postale. Il progetto originario della chiesa di San Donato prevedeva dei caratteri stilistici neogotici con un portale centrale caratterizzato da un'alta quanto improbabile ghimberga; fortunatamente le pressioni dell'allora Parroco Don Angelo indussero alla semplificazione.

La Borgata Luigi Razza
Il 18 marzo 1951 il consiglio Comunale decretava il definitivo abbandono del centro antico di Celleno, arroccato su una rupe tufacea soggetta a continui crolli. Per gli abitanti costretti a lasciare le antiche case cominciò la costruzione di un nuovo insediamento, di cui la Borgata Luigi Razza, edificata dal Genio Civile negli anni Trenta del Novecento, costituisce il nucleo originario. Il 6 luglio 1935, infatti, il Ministro Luigi Razza visitava Celleno Vecchio e, trovandolo in condizioni di pericolo, ordinò all'Ing. Prezioso un progetto per la costruzione di case popolari. I lavori di questa borgata, nota anche come le “Case Nove”, iniziarono già in quell’anno anche se solo il 19 febbraio 1936 è documentata la cerimonia della posa della prima pietra della costruzione delle case del II lotto alla presenza del Prefetto e del Segretario Federale. Alcune settimane dopo il Ministro Razza moriva al Cairo per un incidente aereo all'età di 43 anni ed il Consiglio Comunale, il 3 marzo 1938, in suo onore, decise di intitolargli la contrada chiamandola appunto “Borgata Luigi Razza”. Nell'aprile del 1936 il nuovo ministro Cobolli Gigli espresse parere favorevole al definitivo trasferimento dell'abitato e il 30 marzo 1937 il podestà di Celleno richiedeva che venissero costruite delle “camere ad uso ripostiglio” per ciascun appartamento e un anno dopo venne approvato un regolamento per i “ricoveri stabili” dove si prevedeva che gli alloggi venissero gestiti dal Comune con gli introiti dell'affitto. I ricoveri stabili sono di tre tipologie differenti: sulla via principale vengono costruiti 4 fabbricati da 8 alloggi disposti su due livelli e con due ingressi distinti ai lati del prospetto principale; sulle vie secondarie verso nord trovano posto su una maglia ortogonale regolare i fabbricati di due e quattro alloggi, con ingresso unico centrale e i vani ripartiti su due piani. Solo successivamente viene introdotta una variante semplificativa a questi progetti con la costruzione di fabbricati, sempre su due livelli, di cui il primo rialzato in maniera tale da avere la possibilità di costruire agevolmente degli scantinati seminterrati. Per questi immobili il 12 marzo 1938 si stipulò il contratto per fornire le case di energia elettrica. Il 4 aprile dello stesso anno vennero ufficialmente consegnate le case a 24 famiglie di Celleno. Il trasferimento coatto della popolazione richiese anche lo spostamento di alcuni servizi, tra cui il “forno panicolo”: il 16 settembre la Soc. Volsinia di E. Elettrica installò l'illuminazione pubblica consistente in 13 lampade per una spesa totale di 1200 lire. Durante la guerra le case furono danneggiate da cannonate, mitragliate e bombe a mano, danni, questi, per cui i sindaci dal 1944 in poi richiederanno il rimborso agli enti preposti. Ancora oggi tutti gli immobili conservano gli elementi architettonici e sono stati sottoposti ad un restauro attento a preservare il piano cromatico originario, che prevedeva la differenziazione di tutti gli edifici. Nel dopoguerra giunse a compimento l’abbandono del centro storico, il cui consolidamento secondo i criteri dell’epoca si considerava troppo oneroso: il Consiglio Comunale decise allora di ampliare il nuovo insediamento prendendo un mutuo di 50 milioni per la costruzione di nuove case per i senzatetto che ormai raggiungevano i ¾ della popolazione residente all'interno della cinta muraria. Nel 1950 il Genio Civile redasse un nuovo progetto per trasferire tutto l’abitato nella nuova espansione intorno alla “Borgata Luigi Razza”: l’antico insediamento intorno al castello di Celleno Vecchio, infatti, fu dichiarato soggetto a trasferimento con il Decreto del Presidente della Repubblica 24 dicembre 1951, n.1746. Negli anni a seguire si costruirono ulteriori “ricoveri stabili” o “case antimalsane” di via Rossini, assegnate negli anni dal 1951 al 1959 e finanziate con la legge Fanfani e con la legge Romita. Negli anni Settanta avvenne l'ultima espansione dettata dal Genio Civile fin quando il Comune si riappropriò delle funzioni di pianificazione urbanistica.

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