INFORMAZIONI


Scheda

Nazione: Italy
Regione: Umbria
Provincia: Teramo (TE)
Comune: Valle Castellana
Localita' o frazione: Macchia da Sole
Nome bene: Castel Manfrino

Cenni storici

Castel Manfrino - Valle Castellana (TE)

Castel Manfrino si eleva a breve distanza della località di Sella di Castel Manfrino, nelle vicinanze della frazione di Macchia da Sole, nel territorio comunale di Valle Castellana in provincia di Teramo, nell'area della comunità Montana della Laga, zona M. I resti dell'antica opera fortificata sono ormai solo intuibili poiché fortemente danneggiati dal tempo.

Territorio
I ruderi della postazione difensiva si trovano a 963 metri di altitudine, su uno sperone roccioso a picco sulla sommità dei dirupi che dominano il corso del fiume Salinello al confine tra la provincia di Ascoli Piceno e la provincia di Teramo. L'altura si eleva fra i monti Gemelli, ossia tra la montagna dei Fiori e la montagna di Campli. Il luogo, strategico e panoramico, offre un'ampia veduta sulle valli sottostanti, idonea al controllo e all'avvistamento dei percorsi che si snodano nel territorio compreso tra la valle del Salinello e il fosso di Rivolta. Il sito è raggiungibile percorrendo la Strada statale 81 Piceno Aprutina che collega le città di Ascoli Piceno e Teramo. Si procede quindi per la Strada Provinciale 52 e si seguono le indicazioni per il paese di Macchia da Sole. Da questo borgo si origina un sentiero in terra battuta che sale lungo il fianco della montagna e, in circa 20 minuti di cammino a piedi, conduce ai resti del castello.

Storia
Il castello fu edificato sui resti di un'antica fortezza romana, costruita a difesa della strada che si dipartiva dalla Via Salaria nei pressi di Amatrice e, attraverso il cosiddetto Passo di Annibale, sboccava nella pianura di Campovalano. Costruito in epoca bassomedievale tra il XII ed XIII secolo, deve il suo nome a Manfredi di Svevia figlio di Federico II. Lo storico ascolano Secondo Balena cita anche le nomenclature di Castello di re Manfredi e Castel Manfredino divenuti col trascorrere del tempo Castel Manfrino. Nei documenti è menzionato anche come Castrum Maccle, il castro di Macchia. Nel Catalogus Baronum è indicato come feudo di Macclam in Asculo. Il fortino servì come punto di osservazione ed avvistamento per controllare il tracciato della strada che risaliva dal versante sud della montagna dei Fiori e che dalla località di Civitella del Tronto giunge fino al monte da cui era possibile osservare il versante nord dove si trova la città di Ascoli Piceno. Il castello fu eretto per volere di Manfredi di Sicilia[2][3][5] su antecedenti costruzioni fortificate per controllare, insieme con la fortezza di Civitella del Tronto, le sole strade che attraversavano le montagne e che collegavano Ascoli Piceno a Teramo, meglio conosciute come i "percorsi dell'Abruzzo Ascolano". Durante il XIII secolo, a seguito della scomparsa di Manfredi, il fortino passò ad Armellino di Macchia di Giacomo, in seguito scacciato e considerato ribelle. A questi si avvicendò Pietro d'Isola, angioino, che fu ucciso durante l'attacco che gli ascolani posero in essere ai suoi danni comandati dal suo predecessore Armellino. Gli ascolani sferrarono l'attacco a seguito degli innumerevoli contrasti che si generarono con Carlo d'Angiò ed il castello fu per lunghi periodi oggetto di aspre contese per vantare "gli antichi diritti". Nell'anno 1273 fu dato in feudo a Riccardo di Agello. Nel 1280 - 1281, Carlo I commissionò al Maestro Pierre d'Angicourt, lo stesso architetto che disegnò castello di Barletta, al tempo attivo in Abruzzo, la progettazione di una torre da difesa da realizzare all'interno del Castro di Macchia e lo studio di opportune opere di restauro. La torre avrebbe dovuto avere funzioni di guardia ed essere elevata in prossimità dell'ingresso al recinto. Al suo interno dovevano essere previste, a piano terra, una cisterna per la raccolta delle acque piovane, al piano superiore una camera d'aria e gli ultimi due piani sovrastanti fruibili per uso abitativo.[3] La porta di accesso alla torre angioina doveva essere prevista sul lato sud ad un'altezza di sicurezza rispetto al piano del calpestio. Dal 1361, dopo la sconfitta di Manfredi e Corradino di Svevia e la scomparsa per tradimento del dinasta ghibellino Cola di Macchia, Castel Manfrino non apparterrà più alla soggezione ascolana e passerà sotto la giurisdizione della casa regnante di Napoli della dinastia degli Angiò.

Architettura
La pianta del castello si sviluppa con orientamento longitudinale da nord verso sud. Le mura esterne dell'opera fortificata sono state edificate sfruttando al meglio la naturale difendibilità del luogo e seguendo il profilo dello sperone roccioso che le ospita. Non presentano altre aperture oltre il solo ingresso al recinto. Realizzate con pietre di fiume cementate e levigate solo verso la parte esterna, si allungano per circa 120 metri e l'interno dell'area contenuta sviluppa una larghezza variabile da 8 a 20 metri. Lo spessore delle mura è compreso tra i 50 cm ed il metro. La struttura non presenta bastioni, forse originariamente presenti solo in prossimità dell'ingresso rivolto a nord. Diametralmente opposta all'ingresso, ancora parzialmente conservata e visibile, la torre che non aveva aperture di accesso alla base, articolata su più piani suddivisi con ballatoi di legno ed utilizzata sia come residenza del castellano sia come luogo di difesa in caso di necessità. Di questa, a base quadrangolare con lato di circa 10 metri, restano il primo piano e la cisterna, la parte superiore si compone solo di qualche moncone murario, sui lati est ed ovest, ed una parete esposta ovest. Si allungano oltre la sua base anche sagome di altre stanze che raggiungono la base di una seconda torre, quella centrale alta circa una decina di metri. L'esterno di questa torre mostra una cappa fuligginosa, che sarebbe stato il luogo dove si bolliva l'olio da versare sui nemici. Ad avvalorare questa ipotesi si aggiunge il ritrovamento di due caldaie nel sottostante torrente Rivolta. All'interno del recinto murario si trovano i resti di una probabile piccola cappella a pianta quadrangolare, vicino alla torre sud. Un documento dell'anno 1277 riferisce della presenza stabile di un cappellano nel castello, avvalorando l'ipotesi dell'esistenza di un luogo di culto. Alla base del tratto di muro sono visibili timide tracce affrescate. La costruzione di Castel Manfrino è molto simile a quella di altre opere fortificate della provincia di Aquila come San Pio delle Camere.

Ritrovamenti
Da scavi effettuati, in periodi diversi, la Relazione Tecnica degli studi compiuti dal Consorzio Aprutino Patrimonio Storico ed Artistico di Teramo elenca i seguenti ritrovamenti:
varie punte di frecce di ferro classificate come quadrelle;
frammenti di ceramica databile tra il 1500 ed il 1600;
diverse stratigrafie di pavimentazione sottostanti all'attuale piano di calpestio;
alcune monete.

Bibliografia
Arturo Stuard, Architettura e urbanistica nel medioevo teramano, Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo, 1980;
AA.VV., La valle dell'alto Vomano ed i Monti della Laga, Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo, Documenti dell'Abruzzo Teramano, voll. 7, CARSA Edizioni, Pescara, DAT III, 1, 1991;
AA.VV., La valle dell'alto Vomano ed i Monti della Laga, Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo, Documenti dell'Abruzzo Teramano, voll. 2, CARSA Edizioni, Pescara, DAT III, 2, 1991, p. 477;
Bernardo Carfagna, Rocche e castelli dell'ascolano, Edizione La Sfinge Malaspina - Ascoli Piceno, Stampa Editoriale Eco srl-S. Gabriele (TE), 1996;
Secondo Balena, Ascoli nel Piceno - storia di Ascoli e degli ascolani, Società Editrice Ricerche s.a.s., Via Faenza 13 Folignano, Ascoli Piceno, stampa Grafiche D'Auria, edizione dicembre 1999, pp. 220-222, ISBN 88-86610-11-4;

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Il Castello sorgeva su un promontorio roccioso, tra il torrente Salinello, proveniente dall'area della Montagna di Campli, ed il fosso Rivolta, che scendeva dalle Canavine, alla base della Montagna dei Fiori. Le origini del Castello di Macchia sono dibattute, anche se viene ormai accettata la tesi dello storico teramano Niccola Palma, che ricostruì la storia del manufatto secondo lo schema che riportiamo qui di seguito. In principio, sul luogo esisteva un accampamento fortificato romano, una "castrum" che probabilmente controllava e difendeva la "via del sale"; esso fu occupato, in seguito, dai Longobardi, all'epoca della loro invasione. Sui resti di questa costruzione Manfredi di Svevia avrebbe fatto erigere il fortilizio, secondo i modelli costruttivi dell'epoca. L'organizzazione dei lavori, iniziati nel 1263, si deve al generale Percivalle d'Oria e la scelta del luogo, oltre al fatto che preesistevano delle strutture fortificate, deriva dalla volontà del sovrano svevo di rafforzare la cerniera difensiva che univa la Valle Castellana alla futura Rocca di Civitella del Tronto, nella convinzione (risultata errata) che le armate di Carlo d'Angiò invadessero il Regno di Sicilia seguendo la via naturale costituita dalle gole del torrente Salinello. Sulla linea di confine erano allineati i castelli di Pietralta, Macchia, Civitella del Tronto, Rocca di Murro e Colonnella. L'appartenenza a tale "linea" difensiva dava a Castel Manfrino un'enorme importanza strategica, che ha favorito la fioritura di racconti, tra storia e leggenda, che ancora lo caratterizzano. Il castello, situato ad una quota lievemente più elevata di quella del borgo di Macchia (963 mt.), aveva una pianta quadrangolare allungata e occupava per intero lo sperone calcareo a picco sul torrente Salinello, (100 mt. circa di dislivello). Le mura di cinta, con l'asse longitudinale ad orientamento N-S, erano lunghe un centinaio di metri circa e larghe 20-25 mt.: la cinta muraria aveva un andamento tortuoso e occupava per intero lo spazio disponibile. La costruzione, in pietra locale squadrata grossolanamente, con qualche concio di miglior fattura (attribuito da Palma al castrum romano), era cementata con pozzolana ed era legata alla funzione d'uso: ha pertanto un limitato interesse architettonico se non quello legato alla struttura militare. Non è possibile nemmeno ipotizzare la presenza di una merlatura, anche se l'attribuzione della fortezza agli svevi potrebbe far propendere per merlature simili a quelle ghibelline. Il Castello aveva tre torri, delle quali rimangono ben pochi resti. Quella di maggiori dimensioni era situata a settentrione: conosciuta come torrione angioino, era di grosse dimensioni e sostituiva, come residenza del castellano, il più antico mastio (torre centrale). La torre sveva era a Sud, a strapiombo sul Salinello, in una posizione molto panoramica (in vista della linea di costa) e quindi adatta per eventuali segnalazioni con specchi o fuochi con la Rocca di Civitella del Tronto. Essa era situata vicino l'ingresso del forte, che aveva sul portale un'aquila imperiale di pietra. La torre di centro, il maschio, era l'abitazione del castellano, nonché la difesa ultima del castello, nella quale si asserragliavano i difensori in caso le difese esterne cedessero. Ad essa si arrivava mediante un ampio corridoio, alla destra del quale erano situati ambienti di diversa tipologia, identificabili come stalle, locali del corpo di guardia e alloggi dei soldati. Tra la torre centrale e quella meridionale, i resti di una costruzione a pianta quadrata, di destinazione ignota ma che, in lavori più recenti, viene identificata come la cappella. Nell'area vennero effettuati scavi negli anni '70, durante i quali furono ritrovati reperti vari, frammenti di ceramica decorata e monete di diverse epoche. Il pavimento originario è a diversi metri di profondità. In origine, molto probabilmente, le case di pietra del borgo erano situate a monte della fortezza, sulla strada che portava alla porta d'ingresso: in caso di attacco nemico, i paesani potevano rifugiarsi rapidamente all'interno del recinto fortificato.

Assedio e caduta del Castello
Dopo la sconfitta di Manfredi di Svevia ad opera di Carlo d'Angiò, il castello di Macchia fu dato in feudo a Pierre del l'Isle e poi "ripreso e restituito" dagli Ascolani al dinasta Armellino. Re Carlo ordinò al Giustiziere d'Abruzzo di riconquistarlo e raderlo al suolo. L'impresa risultò più difficile del previsto, e richiese un lungo assedio: furono costruiti due bastida, sorta di castelli lignei in miniatura, uno a monte ed uno a valle del castello "vero". Più di mille soldati, al comando di Pagano di Vario, capitano generale dell'esercito Angioino, strinsero in una morsa i ribelli. Altri duecento militi erano accampati nelle adiacenze di Sant'Angelo in Volturino e controllavano la strada per San Vito, impedendo l'arrivo di aiuti dalla città di Ascoli. L'assedio iniziò nell'autunno del 1272 e si protrasse per diversi mesi, fino alla primavera dell'anno successivo: gli assedianti occuparono l'inverno per costruire macchine da guerra per superare le mura del Castello. Secondo i piani, il capitano Matteo du Plexis diede l'ordine d'attacco il giorno successivo alla Pasqua del 1273: le baliste aprirono una breccia nelle mura e i soldati si precipitarono all'interno del fortilizio pronti a vincere la resistenza degli assediati ..... e non trovarono nessuno! Nel  Castello c'erano solo un vecchio e due donnette: questo fatto apparentemente inspiegabile è alla base delle storie che narrano di scale e cunicoli scavati nella roccia. Certo che qualche passaggio segreto ci doveva essere se più di duecento persone riuscirono a dileguarsi nel nulla sotto il naso di un intero esercito. Tra l'altro, i capi della rivolta, tra i quali Rinaldo della Macchia, erano fuggiti già da qualche giorno, approfittando di un'improvvisa nevicata: furono però catturati in breve tempo. Il Giustiziere avvertì Re Carlo della "strepitosa vittoria" ottenuta e quest'ultimo abbandonò le velleità di distruzione del maniero, anzi lo fece riparare e lo diede in feudo lo stesso anno della conquista. Questo dimostra che il Castello di Macchia aveva un ruolo importante nello scacchiere difensivo e il fatto che avesse resistito al lungo assedio testimonia della sua solidità. Nel 1281, fu costruita una cisterna e una nuova torre a base quadrata, di grosse dimensioni (10 mt. di lato, tre piani per 24 mt. circa di altezza). Castel Manfrino ebbe una notevole importanza strategica fino al XV secolo: la sua decadenza, come quella di altri castelli simili, è legata all'invenzione della polvere da sparo, che rendeva inutili le sue strutture difensive.

Il misero del Verde
Il mistero al quale facciamo riferimento è quello relativo alla morte di Manfredi di Svevia, figlio naturale di Federico II e di Bianca Lancia. Alla morte dell'imperatore Corrado IV, Manfredi si autonominò protettore dell'erede Corradino, e si fece incoronare Re di Sicilia nel 1258. Dopo il padre Federico, Manfredi fu una delle poche personalità che osarono ribellarsi al otere del Papa, almeno nel periodo Medioevale. Questa aperta sfida fu anche la sua rovina, quando Urbano IV chiamò Carlo d'Angiò per combatterlo. Il Francese scese in Italia nel 1265 e sconfisse lo svevo, in via definitiva, nella battaglia di Benevento (1266), dove quest'ultimo trovò la morte. Proprio la calata di Carlo d'Angiò fu all'origine della costruzione del Castello di Macchia. Vediamo come spiega la cosa Niccola Palma:

E' degno di attenzione il nome di Castello del Re Manfrino che il volgo dà, agli avanzi di un Forte nella gola tra la montagna di Campli e quella di Civitella. Fin dall'anno precedente erano cominciate le trattative fra Urbano IV e Carlo Conte d'Angiò e di Provenza. Manfredi, che vedeva addensarsi il fiero turbine, incerto della strada che il rivale avrebbe scelta per penetrare nel Regno, la quale poteva essere benissimo la Flaminia; non senza accorgimento avrebbe disegnato per punto di ritirata il laberinto de' monti; cui solo per quella gola si apre l'adito dai luoghi piani, e dato avrebbe l'ordine di fortificarla.

Si è sempre favoleggiato sulla presenza fisica di Manfredi nelle nostre zone, in particolare dopo la costruzione del Castello suddetto, a chiusura della valle del Salinello. Diverse sono le "storie" che si tramandano in zona. Una, riportata da Mazzitti, vuole che il Re, dopo aver sostato a Guazzano, stesse tornando a Macchia, avvolto in un nero mantello. Accortosi che era seguito da soldati mandati dal Papa per ucciderlo, fece requisire dai suoi, diversi greggi di capre; giunto al castello, diede ordine di legare un lume tra le corna di ogni capra, facendole poi liberare tra i pendii della montagna. I Papalini, da lontano, videro le pendici della montagna brulicare di luci e si convinsero della presenza di numerosi uomini a guardia del Castello, desistendo così dai loro propositi omicidi. Non ci sono riscontri storici a confermare la veridicità del racconto, solo la tenace tradizione popolare, che avvolge in un alone leggendario anche la morte del Re e gli accadimenti immediatamente successivi.

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